Cicerone - Laelius de amicitia - 14

Versione originale in latino


Quod idem Scipioni videbatur, qui quidem, quasi praesagiret, perpaucis ante mortem diebus, cum et Philus et Manilius adesset et alii plures, tuque etiam, Scaevola, mecum venisses, triduum disseruit de re publica; cuius disputationis fuit extremum fere de immortalitate animorum, quae se in quiete per visum ex Africano audisse dicebat. Id si ita est, ut optimi cuiusque animus in morte facillime evolet tamquam e custodia vinclisque corporis, cui censemus cursum ad deos faciliorem fuisse quam Scipioni? Quocirca maerere hoc eius eventu vereor ne invidi magis quam amici sit. Sin autem illa veriora, ut idem interitus sit animorum et corporum nec ullus sensus maneat, ut nihil boni est in morte, sic certe nihil mali; sensu enim amisso fit idem, quasi natus non esset omnino, quem tamen esse natum et nos gaudemus et haec civitas dum erit laetabitur.

Traduzione all'italiano


Ed era anche l'idea di Scipione. Egli, appunto, come se avesse un presentimento, pochissimi giorni prima di morire, in presenza di Filo, di Manilio, di molti altri e anche di te, Scevola, che mi avevi accompagnato, discusse per tre giorni sullo stato. Dedicò la parte finale del discorso essenzialmente al problema dell'immortalità dell'anima, raccontando quanto diceva di aver udito dall'Africano, apparsogli in sogno. Se è vero che, dopo morti, l'anima dei migliori vola via più facilmente come dalla prigione e dalle catene del corpo, chi, secondo noi, avrà avuto un cammino verso gli dèi più facile che Scipione? Ecco perché piangerne la sorte si addice piuttosto all'invidioso, temo, non all'amico. Se invece è più fondata la teoria secondo cui la morte è la stessa per l'anima e per il corpo e non sopravvive nessuna forma di sensibilità, allora come nella morte non c'è alcun bene, così certamente non c'è alcun male. Quando si perde la sensibilità, infatti, è come se non si fosse mai nati. Ma del fatto che Scipione sia nato ci rallegriamo noi e sempre esulterà, finché vive, la nostra città.