Traduzione di Epistola 2, Libro 14 di Cicerone

Testo latino e traduzione versione da Cicerone, Epistulae ad familiare, 14, 2.

Versione originale in latino


TULLIUS S. D. TERENTIAE ET TULLIOLAE ET CICERONI SUIS.

Noli putare me ad quemquam longiores epistulas scribere, nisi si quis ad me plura scripsit, cui puto rescribi oportere; nec enim habeo, quod scribam, nec hoc tempore quidquam difficilius facio. Ad te vero et ad nostram Tulliolam non queo sine plurimis lacrimis scribere; vos enim video esse miserrimas, quas ego beatissimas semper esse volui idque praestare debui et, nisi tam timidi fuissemus, praestitissem. Pisonem nostrum merito eius amo plurimum: eum, ut potui, per litteras cohortatus sum gratiasque egi, ut debui. In novis tribunis pl. intelligo spem te habere: id erit firmum, si Pompeii voluntas erit; sed Crassum tamen metuo. A te quidem omnia fieri fortissime et amantissime video, nec miror, sed maereo casum eiusmodi, ut tantis tuis miseriis meae miseriae subleventur: nam ad me P. Valerius, homo officiosus, scripsit, id quod ego maximo cum fletu legi, quemadmodum a Vestae ad tabulam Valeriam ducta esses. Hem, mea lux, meum desiderium, unde omnes opem petere solebant! te nunc, mea Terentia, sic vexari, sic iacere in lacrimis et sordibus, idque fieri mea culpa, qui ceteros servavi, ut nos periremus! Quod de domo scribis, hoc est de area, ego vero tum denique mihi videbor restitutus, si illa nobis erit restituta; verum haec non sunt in nostra manu: illud doleo, quae impensa facienda est, in eius partem te miseram et despoliatam venire. Quod si conficitur negotium, omnia consequemur; sin eadem nos fortuna premet, etiamne reliquias tuas misera proiicies? Obsecro te, mea vita, quod ad sumptum attinet, sine alios, qui possunt, si modo volunt, sustinere, et valetudinem istam infirmam, si me amas, noli vexare; nam mihi ante oculos dies noctesque versaris: omnes labores te excipere video; timeo, ut sustineas. Sed video in te esse omnia; quare, ut id, quod speras et quod agis, consequamur, servi valetudini. Ego, ad quos scribam, nescio, nisi ad eos, qui ad me scribunt, aut [ad eos,] de quibus ad me vos aliquid scribitis. Longius, quoniam ita vobis placet, non discedam; sed velim quam saepissime litteras mittatis, praesertim si quid est firmius, quod speremus. Valete, mea desideria, valete, D. a. d. III. Non. Oct. Thessalonica.

Traduzione all'italiano


TULLIO A TERENZIA, A TULLIOLA E AL FIGLIO CICERONE

Non credere che io scriva a nessuno lettere più lunghe, a meno che qualcuno non mi abbia scritto parecchio:
allora penso che sia conveniente rispondergli; e infatti, non ho cose da scrivere e in questo periodo non faccio nulla
con maggiore difficoltà. A te, poi, e alla nostra figliola non posso scrivere senza che mi sgorghino le lagrime dagli
occhi. Vi vedo in preda alla disperazione , voi che avrei voluto sempre al colmo della felicità: e questo avrei dovuto
garantirvi, e se non fossi stato tanto debole ve lo avrei garantito. Ho un affetto grandissimo per il nostro Pisone, che
se lo merita ampiamente. Gli ho scritto, come ho potuto, per fargli coraggio e per ringraziarlo nel modo dovuto.
Capisco che riponi delle speranze nei nuovi tribuni della plebe. Può essere una sicurezza, purché Pompeo dia il suo
benestare; ma tuttavia ho paura di Crasso. Vedo che ti comporti in ogni circostanza nel modo più coraggioso e
amorevole, e non mi sorprende; ma sono desolato che le mie sventure trovino sollievo a prezzo di sofferenze tue
così grandi: me lo ha scritto Publio Valerio, uomo di una cortesia squisita - e non ho potuto leggere le sue righe
senza scoppiare a piangere -, in che maniera tu sia stata trascinata dal tempio di Vesta agli uffici del tribunale.
Vita mia, mia sola nostalgia, a cui tutti solevano rivolgersi per avere un aiuto! E ora, Terenzia mia, saperti così
tormentata, così afflitta nel pianto e nella umiliazione, e che questo avviene per colpa mia, che ho salvato gli altri
per trascinare noi stessi alla rovina!
Quanto a quello che scrivi della casa, cioè dell'area della casa, se solo essa mi sarà restituita solo allora io mi
crederò reintegrato nei miei diritti. Ma queste cose non dipendono da noi. Soffro che per affrontare tutte le spese
che ci sono da fare tu ti riduca in ristrettezze crudeli. Se questa faccenda si conclude, otterremo tutto; se il destino
continuerà a infierire su di noi, dovrai tu addirittura miseramente disperdere gli avanzi della tua agiatezza? Ti
scongiuro, vita mia: riguardo alle necessita impellenti la scia che ti diano una mano quelli che possono (solo che lo
vogliano!) e se mi ami non logorare la tua salute cosi fragile. Giorno e notte mi stai davanti agli occhi; vedo che ti
accolli tutte le fatiche: ho paura che tu non regga... Ma vedo anche che a te fa capo ogni cosa. Perciò abbi rispetto
per la tua salute, se vuoi che otteniamo quello che speri e per cui ti adoperi. Non so a chi debba rivolgermi se non a
quelli che scrivono a me o a quelli di cui voi scrivete a me qualcosa. Non andrò più lontano, se è questo che
desiderate; ma vorrei vostre lettere il più spesso possibile, specie se c'è qualche cosa di più solido su cui fondare le
nostre speranze. Addio, nostalgia del mio cuore, addio.
Tessalonica, 5 ottobre.