Cicerone - Epistulae - Ad Brutum - 17

Testo latino e traduzione della versione da Cicerone, Epistulae ad Brutum, 1, 17

Versione originale in latino


BRVTVS ATTICO SAL.

scribis mihi mirari Ciceronem quod nihil significem umquam de suis actis. quoniam me flagitas, coactu tuo scribam quae sentio. omnia fecisse Ciceronem optimo animo scio; quid enim mihi exploratius esse potest quam illius animus in rem publicam? sed quaedam mihi videtur — quid dicam? imperite vir omnium prudentissimus an ambitiose fecisse qui valentissimum Antonium suscipere pro re publica non dubitarit inimicum. nescio quid scribam tibi nisi unum, pueri et cupiditatem et licentiam potius esse inritatam quam repressam a Cicerone, tantumque eum tribuere huic indulgentiae ut se maledictis non abstineat iis quidem quae in ipsum dupliciter recidunt, quod et pluris occidit uno seque prius oportet fateatur sicarium quam obiciat Cascae quod obicit et imitatur in Casca Bestiam. an quia non omnibus horis iactamus Idus Martias similiter atque ille Nonas Decembris suas in ore habet, eo meliore condicione Cicero pulcherrimum factum vituperabit quam Bestia et Clodius reprehendere illius consulatum soliti sunt? sustinuisse mihi gloriatur bellum Antoni togatus Cicero noster! quid hoc mihi prodest, si merces Antoni oppressi poscitur in Antoni locum successio et si vindex illius mali auctor exstitit alterius fundamentum et radices habituri altiores, si patiamur? ut iam ista quae facit dominationem an dominum [an Antonium] timentis sint. ego autem gratiam non habeo si quis, dum ne irato serviat, rem ipsam non deprecatur. immo triumphus et stipendium et omnibus decretis hortatio ne eius pudeat concupiscere fortunam cuius nomen susceperit, consularis aut Ciceronis est? quoniam mihi tacere non licuit, leges quae tibi necesse est molesta esse. etenim ipse sentio quanto cum dolore haec ad te scripserim, nec ignoro quid sentias in re publica et quam desperatam quoque sanari putes posse. nec me hercule te, Attice, reprehendo. aetas enim, mores, liberi segnem efficiunt; quod quidem etiam ex Flayio nostro perspexi. sed redeo ad Ciceronem. quid inter Salvidienum et eum interest? quid autem amplius ille decerneret? 'timet,' inquis, 'etiam nunc reliquias belli civilis.' quisquam ergo ita timet profligatum ut neque potentiam eius qui exercitum victorem habeat neque temeritatem pueri putet extimescendam esse? an hoc ipsum ea re facit, quod illi propter amplitudinem omnia iam ultroque deferenda putat? O magnam stultitiam timoris, id ipsum quod verearis ita cavere ut, cum vitare fortasse potueris, ultro arcessas et attrahas. nimium timemus mortem et exsilium et paupertatem. haec nimirum videntur Ciceroni ultima esse in malis et, dum habeat a quibus impetret quae velit et a quibus colatur ac laudetur, servitutem, honorificam modo, non aspernatur, si quicquam in extrema ac miserrima contumelia potest honorificum esse. licet ergo patrem appellet Octavius Ciceronem, referat omnia, laudet, gratias agat, tamen illud apparebit verba rebus esse contraria. quid enim tam alienum ab humanis sensibus est quam eum patris habere loco qui ne liberi quidem hominis numero sit? atqui co tendit, id agit, ad eum exitum properat vir optimus ut sit illi Octavius propitius. ego vero iam iis artibus nihil tribuo quibus Ciceronem scio instructissimum esse. quid enim illi prosunt quae pro libertate patriae, de dignitate, quae de morte, exsilio, paupertate scripsit copiosissime? quanto autem magis illa callere videtur Philippus qui privigno minus tribuerit quam Cicero qui alieno tribuat! desinat igitur gloriando etiam insectari dolores nostros. quid enim nostra victum esse Antonium, si victus est ut alii vacaret quod ille obtinuit? [6] tametsi tuae litterae dubia etiam nunc significant. vivat hercule Cicero, qui potest, supplex et obnoxius, si neque aetatis neque honorum neque rerum gestarum pudet; ego certe quin cum ipsa re bellum geram, hoc est cum regno et imperiis extraordinariis et dominatione et potentia quae supra leges se esse velit, nulla erit tam bona condicio serviendi qua deterrear, quamvis sit vir bonus, ut scribis, +Antonius+; quod ego numquam existimavi. sed dominum ne parentem quidem maiores nostri voluerunt esse. te nisi tantum amarem quantum Ciceroni persuasum est diligi ab Octavio, haec ad te non scripsissem. dolet mihi quod tu nunc stomacharis amantissimus cum tuorum omnium tum Ciceronis; sed persuade tibi de voluntate propria mea nihil esse remissum, de iudicio largiter. neque enim impetrari potest quin quale quidque videatur ei talem quisque de illo opinionem habeat.
vellem mihi scripsisses quae condiciones essent Atticae nostrae; potuissem aliquid tibi de meo sensu perscribere. valetudinem Porciae meae tibi curae esse non miror. denique quod petis faciam libenter; nam etiam sorores me rogant. et hominem noro et quid sibi voluerit.

Traduzione all'italiano


MARCO GIUNIO BRUTO AD ATTICO

Mi scrivi che Cicerone è un po' meravigliato che io non faccia mai dei riferimenti al suo operato: poiché la tua richiesta
è esplicita, mi obblighi a mettere per iscritto quello che è il mio personale parere. So che Cicerone ha fatto tutto
con le migliori intenzioni: e in effetti, che cosa c'è che io abbia potuto verificare meglio della sua buona fede in materia
di politica? Pure, ho l'impressione che alcune delle iniziative di quest'uomo, pieno di sensibilità e di accortezza più di
ogni altro, siano nate -come devo dire?-o dalla inesperienza o dalla presunzione. Fatto sta che, per il bene della patria,
non ha esitato un momento a dichiarare guerra ad Antonio quando era più potente che mai. Non so che cosa scriverti,
tranne una cosa sola: che tanto l'ambizione quanto la mancanza di scrupoli del giovane Ottavio sono state attizzate
anziché soffocate da Cicerone e che egli è tanto indulgente nei suoi confronti, che quello non si trattiene dagli insulti più
volgari e per giunta da quelli che possono ricadere due volte contro di lui, dal momento che ha ucciso più di chiunque e
deve ammettere di essere lui un assassino prima di rinfacciare a Casca quello che gli rinfaccia, mentre
nell'attaccare Casca si comporta tale e quale a Calpurnio Bestia. O per il fatto che noi non ci riempiamo tutti i
momenti la bocca con il 15 marzo, come a lui che ha sempre sulle labbra il suo 5 dicembre, potrà Cicerone
recriminare su una impresa gloriosa a maggior titolo di quanto Bestia e Clodio erano soliti lanciare improperi
contro il suo consolato? Il nostro Cicerone si vanta poi con me di aver resistito senza rivestire l'uniforme
all'attacco armato di Antonio. A che mi giova, se la ricompensa per la sconfitta di Antonio è la richiesta di far su-bentrare
un altro al posto di Antonio e se il vindice di quel demonio è diventato il consigliere privato di un altro de-monio
destinato a prendere piede e a mettere radici ancora più profonde? Dobbiamo ammettere che il suo com-portamento
attuale sia dettato dalla paura della tirannide o di un tiranno o specificamente di Antonio? Io per me
non mi sento obbligato se uno, nel mentre rifiuta di servire un padrone in preda all'ira, non condanna a chiare
lettere contemporaneamente l'idea stessa del dispotismo. Anzi, un trionfo, paghe speciali per i soldati e in ogni
decreto un'esortazione a non vergognarsi di ambire al successo dell'uomo di cui ha assunto il nome. Questo è
degno di un ex console repubblicano o di un Cicerone?
Poiché non mi è stato concesso di tacere, leggerai cose che necessariamente ti arrecheranno dispiacere; in
effetti, io stesso mi accorgo con quanto dolore ti abbia parlato in questo modo, né ignoro quali siano le tue
posizioni politiche e come tu sia dell'avviso che alla situazione -per quanto disperata-possa trovarsi rimedio: e
giuro al cielo, Attico, che non ti muovo alcun rimprovero! I tuoi anni, le tue abitudini di vita, i figli ti rendono poco
proclive agli entusiasmi, cosa di cui mi ha fatto accorgere, in verità, anche l'amico Flavio. Ma torniamo a
Cicerone. Che differenza c'è fra lui e un Salvidieno Rulo? Quali onoranze maggiori proporrebbe per Ottavio un
avventuriero arrivista come Salvidieno? Tu mi dirai: "Ma teme ancora gli ultimi soprassalti della guerra civile...".
E allora, chiunque abbia tanta paura di un uomo sbaragliato sul campo non dovrebbe ritenere temibili sia la
potenza di chi ha in mano l'esercito vincitore sia i colpi di testa di un ragazzino? Oppure questo stesso
comportamento deriva dalla considerazione che in omaggio alla sua "grandezza" bisogna oramai concedergli tutto
e di propria iniziativa? Quanta stupidità nella paura: prendere tante precauzioni contro l'oggetto stesso delle tue
diffidenze da finire per attirarlo e farlo venire da te spontaneamente, quando forse lo si sarebbe potuto evitare!
Abbiamo troppo timore della morte, dell'esilio, della povertà: queste ovviamente a Cicerone sembrano le sventure
estreme, e pur di avere da chi ottenere quel che vuole e da chi essere incensato ed elogiato, non disdegna la servitù,
purché fruttuosa di riconoscimenti - ammesso che possa esistere alcunché di fruttuoso in tal senso nell'ultimo e
più miserabile degli affronti.
Ottavio chiami pure "padre", allora, Cicerone, deferisca ogni cosa al suo giudizio, lo elogi, lo ringrazi: si vedrà
chiaramente, nonostante tutto, che le parole non corrispondono ai fatti. Che c'è di tanto aborrente dalla sensibilità
umana quanto l'avere in luogo di padre uno che non si può nemmeno annoverare tra gli uomini liberi? Eppure a
quello tende, per quello si adopera, verso quella meta si affretta questa degna persona: avere Ottavio favorevole.
Dal canto mio oramai non concedo nulla a quelle arti, nelle quali so che Cicerone è preparatissimo. A che gli
giovano le decine di pagine fastosamente dedicate alla difesa della libertà della patria, alla dignità personale, alla
morte, all'esilio, alla povertà? Quanto in esse sembra più ferrato Filippo, che ha concesso al figliastro meno di
quanto Cicerone conceda a un estraneo! Smetta dunque di esacerbare con l'aggiunta delle sue vanterie le nostre
sofferenze: che cosa ne viene a noi dal fatto che Antonio è stato vinto, se è stato vinto per poi lasciare a un altro il
posto che occupava lui? Benché tuttavia la tua lettera contenga ancora qualche dubbio in proposito. Viva allora
Cicerone, perdio, che lo può, supplichevole e sottomesso, se non ha rispetto né per gli anni che ha né per le benemerenze acquisite né per il ricordo del suo passato: per me non ci saranno certamente condizioni di schiavitù
tanto favorevoli, che siano capaci di distogliermi dal combattere contro una realtà che è fatta di aspirazioni
monarchiche e di poteri straordinari e di tirannia e di sopraffazioni e che pretende di essere al di sopra delle leggi,
benché Ottavio sia - come scrivi tu - una brava persona: cosa che io non ho mai creduto. Ma i nostri antenati
nemmeno uno del loro sangue vollero come padrone. Se non avessi per te tanto affetto quanto Cicerone è persuaso
di averne da parte di Ottavio, non ti avrei scritto queste cose: mi duole che tu ora possa disgustarti, dal momento
che tutti i tuoi amici ti sono cari ed egualmente Cicerone; ma convinciti che la mia personale simpatia nei suoi
confronti non ne esce minimamente incrinata: lo è invece, e ampiamente, d giudizio sul suo comportamento e non è
assolutamente possibile trovare nessuno che non si faccia di lui un'opinione simile, una volta che tali siano le
premesse.
Vorrei che mi avessi informato sul contratto nuziale della nostra cara Attica: avrei potuto esprimerti qualcosa
delle mie impressioni. Non mi sorprende che la salute della mia Porcia ti stia tanto a cuore. In conclusione, darò
volentieri seguito a quanto mi chiedi, giacché me lo domandano anche le tue sorelle: prenderò contatto con la
persona e saprò quali siano i suoi propositi!

Trova ripetizioni online e lezioni private