Traduzione di Epistola 4, Libro 15 di Cicerone

Testo latino e traduzione della versione da Cicerone, Epistulae ad Atticum, 15, 42

Versione originale in latino


CICERO ATTICO SAL.

ix K. H. x fere a Q. Fufio venit tabellarius. nescio quid ab eo litterularum, uti me sibi restituerem; sane insulse, ut solet, nisi forte, quae non ames omnia videntur insulse fieri. scripsi ita ut te probaturum existimo. mihi duas a te epistulas reddidit, unam xi, alteram x ad recentiorem prius et leniorem laudo; si vero etiam Carfulenus Antoni consilia narras turbulenta. atque utinam potius per populum agat quam per senatum! quod quidem ita credo. sed mihi totum eius consilium ad bellum spectare videtur, si quidem D. Bruto provincia eripitur. quoquo modo ego de illius nervis existimo, non videtur fieri posse sine bello. sed non cupio, quoniam cavetur Buthrotiis. rides? aps condoleo non mea potius adsiduitate, diligentia, gratia perfici.
quod scribis te nescire quid nostris faciendum sit, iam pridem me illa sollicitat. itaque stulta iam Iduum Martiarum est consolatio. animis enim usi sumus virilibus, consiliis, mihi crede, puerilibus. excisa enim est arbor, non evulsa. itaque quam fruticetur vides. redeamus igitur, quoniam saepe usurpas, ad Tusculanas disputationes. Saufeium de te celemus; ego numquam indicabo. quod te a Bruto scribis, ut certior fieret quo die in Tusculanum essem venturus, ut ad te ante scripsi, vi Kal., et quidem ibi te quam primum per videre velim. puto enim nobis Lanuvium eundum et quidem non sine multo sermone.
redeo ad superiorem. ex qua praetereo illa prima de Buthrotiis; quae 'mihi sunt inclusa medullis,' sit modo, ut scribis, locus agendi. de oratione Bruti prorsus contendis quom iterum tam multis verbis agis. egone ut eam causam quam is scripsit? ego scribam non rogatus ab eo? nulla fieri potest contumeliosior. 'at' inquis 'aliquod' non recuso id quidem, sed et componendum argumentum est et scribendi exspectandum tempus maturius. licet enim de me ut libet existimes (velim quidem quam optime), si haec ita manant ut videntur (feres quod dicam), me Idus Martiae non delectant. ille enim numquam revertisset, nos timor confirmare eius acta non coegisset, aut, ut in Saufei eam relinquamque Tusculanas disputationes ad quas tu etiam Vestorium hortaris, ita gratiosi eramus apud illum (quem di mortuum perduint!) ut nostrae aetati, quoniam interfecto domino liberi non sumus, non fuerit dominus ille fugiendus. rubeo, mihi crede, sed iam scripseram; delere nolui.
de Menedemo vellem verum fuisset, de regina velim verum sit. cetera coram, et maxime quid nostris faciendum sit, quid etiam nobis, si Antonius militibus obsessurus est senatum. hanc epistulam si illius tabellario dedissem, veritus sum ne solveret. itaque misi dedita. erat enim rescribendum tuis.

Traduzione all'italiano


CICERONE AD ATTICO

I1 24, verso le quattro e mezza del pomeriggio, è arrivato un corriere da parte di Quinto Fufio: non so che specie
di messaggio, con preghiera di riprendere i contatti con lui. Due righe abbastanza idiote, come il suo solito, a me no
che non sembri idiota tutto quello che non ci è gradito. Gli ho scritto in un modo che riscuoterà, penso, la tua ap-provazione.
Lo stesso corriere mi ha consegnato due lettere tue, una del 22, 1'altra del 23 maggio. Rispondo prima
alla più recente, che è più piena di cose. Approvo; se poi c'è anche la defezione di Carfuleno, "alle sorgenti i fiumi
ora risalgono... " (come direbbe Euripide). I disegni di Antonio, secondo la tua esposizione, sono pura demagogia.
Magari coinvolgesse il popolo nelle sue azioni, anziché il senato! Mentre invece credo che sia esattamente il contra-rio.
Comunque tutta la sua strategia mi sembra puntare alla guerra, se a Decimo Bruto viene sottratta la provincia.
Qualunque sia la mia personale valutazione delle forze di quest'ultimo, non pare che sia possibile cavarsela senza
venire a uno scontro aperto. Ma non lo desidero, poiché si sta provvedendo alla gente di Butroto. Ridi? A me dispia-ce
sinceramente che non si sia ottenuto piuttosto grazie alla mia insistenza, alla mia premura, ai miei buoni uffici.
Quanto a quel che scrivi, di non sapere che debbano fare i nostri, è un pezzo che questo rompicapo mi preoccupa.
Per questo oramai mi sembra futile consolarsi col ricordo del 15 marzo. Abbiamo rivelato un coraggio virile e un
cervello, credi a me, da bambini. L'albero è stato reciso alla base, non sradicato. Eccoti perciò davanti agli occhi
questo gran rigoglio di polloni. E torniamo a parlare, visto che le nomini tanto spesso, delle mie "Discussioni
Tuscolane,". Terrò segreto al tuo compagno di fede Saufeio il tuo tradimento dell'epicureismo: non ti denuncerò mai. Quanto alla richiesta di Bruto di cui ti fai tramite, di essere informato del giorno in cui dovrei arrivare al
Tuscolo, si tratta - come già scritto a te in precedenza - del 27 prossimo, e conto di vedere lì te appena possibile.
Penso infatti di dover andare a Lanuvio e, naturalmente, non senza molte chiacchiere. Ma si vedrà.
Vengo adesso alla lettera precedente. Innanzi tutto passo oltre la prima parte che riguarda la vicenda di Butroto:
ce l'ho fissa nel cervello, purché - come scrivi tu - ci sia uno spazio per muoversi. Sei molto insistente a
proposito del discorso di Bruto, giacché è la seconda volta che ci spendi tante parole. Io dovrei trattare la causa di
cui ha scritto lui? Io dovrei scrivere non su sua richiesta? Non si può dare interferenza più offensiva! "Ma - dici tu
- un che sul genere della prosa politica di Eraclìde... ". Questo non lo escluderei, però c'è da mettere insieme il
materiale e da aspettare qualche tempo più in là. Pensa infatti di me come ti pare (certo mi piacerebbe tutto il bene
possibile): se la storia procede come pare debba procedere (e abbi pazienza se te lo dico), il 15 marzo non mi dà
alcuna soddisfazione. Lui in effetti non sarebbe mai ritornato dalla sua spedizione folle contro i Parti, noi non
saremmo stati costretti dalla paura a ratificare i suoi atti; oppure, tanto per buttarmi dalla parte di Saufeio e lasciar
perdere l'etica delle "Discussioni Tuscolane" (alle quali tu esorti addirittura un Vestorio!), ero tanto addentro ai suoi
favori - che il cielo lo stramaledica anche se è morto -, che all'età mia non avrei avuto bisogno di scappare da un
padrone cos', visto che non sono libero adesso che il padrone è stato ammazzato. Sono tutto rosso, credimi; ma quel
che ho scritto ho scritto e non voglio cancellarlo.
Vorrei che fosse stata vera la notizia di Menedemo, vorrei che fosse vera quella della regina Cleopatra. Il resto a
voce, e soprattutto quello che i nostri debbono fare: e anche quello che dobbiamo fare noi, se Antonio ha veramente
l'intenzione di far picchettare dalle truppe il senato. Se avessi consegnato questa lettera al corriere di quel tipo, c'era
il timore che l'avrebbe aperta. Così l'ho spedita appositamente: c'era da rispondere a tutte e due le tue lettere!

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