Traduzione di Epistola 12, Libro 14 di Cicerone

Testo latino e traduzione della versione da Cicerone, Epistulae ad Atticum, 14, 12

Versione originale in latino


CICERO ATTICO SAL.

O mi Attice, vereor ne nobis Idus Martiae nihil dederint praeter laetitiam et odi poenam ac doloris. quae mihi istim adferuntur! quae hic video! scis quam diligam Siculos et quam illam clientelam honestam iudicem. multa illis Caesar neque me invito, etsi latinitas erat non ferenda. verum tamen--. ecce autem Antonius accepta grandi pecunia fixit legem a dictatore comitiis latam qua Siculi cives Romani; cuius rei vivo illo mentio nulla. quid? Deiotari nostri causa non similis? dignus ille quidem omni regno sed non per Fulviam. sescenta similia. verum illuc <me> refero. tam claram tamque testatam rem tamque iustam Buthrotiam non tenebimus aliqua ex parte? et eo quidem magis quo iste plura? nobiscum hic perhonorifice et peramice Octavius.
quem quidem sui Caesarem salutabant, Philippus non, itaque ne nos quidem; quem nego posse <esse> bonum civem. ita multi circumstant qui quidem nostris mortem minitantur. negant haec ferri posse. quid censes cum Romam puer venerit ubi nostri liberatores tuti esse non possunt? <qui> quidem semper erunt clari, conscientia vero facti sui etiam beati. sed nos, nisi me fallit, iacebimus. itaque exire aveo 'ubi nec Pelopidarum,' inquit. haud amo vel hos designatos qui etiam declamare me coegerunt, ut ne apud aquas quidem acquiescere liceret. sed hoc meae nimiae facilitatis. nam id erat quondam quasi necesse, nunc, quoquo modo se res habet, non est item.
quam dudum nihil habeo quod ad te scribam! scribo tamen non ut delectem his litteris sed ut eliciam tuas. tu si quid erit de ceteris, de Bruto utique quicquid. haec conscripsi x Kal. accubans apud Vestorium, hominem remotum a dialecticis, in arithmeticis satis exercitatum.

Traduzione all'italiano


CICERONE AD ATTICO

O Attico mio, ho paura che il famoso 15 marzo non ci abbia procurato niente di niente a parte esultanza e soddi-sfazione
al nostro odio e alle nostre sofferenze: che notizie mi si riportano da Roma! Che roba vedo qui! "Eroica
impresa, sì, ma senza esito... ", come dice il poeta greco. Sai quanto mi siano cari i Siciliani e come giudichi
onorevoli i rapporti che mantengo con loro. Ad essi Cesare aveva concesso molto, senza che ci trovassi niente a
ridire, anche se il conferimento della cittadinanza latina era intollerabile. Ma tuttavia... Ed ecco Antonio che, previo
incasso di una grossa somma di denaro, ha tirato fuori una legge di iniziativa del dittatore, in forza della quale i
Siciliani diventerebbero cittadini romani: del quale progetto, vivo lui, non si era sentito mai parlare. E allora? La
questione del nostro Deiòtaro non era in tutto analoga a questa? Quello era degno, sì, di regnare dove gli paresse,
ma non per il tramite di Fulvia. Ci sono centinaia di casi simili. Ma torno al punto. La causa dei cittadini di Butroto,
di una limpidezza esemplare e con tutti i crismi della legalità, non la risolveremo almeno in parte? E tanto più che
questo signore procede su larga scala?
É qui con noi Ottavio, con grandi dimostrazioni di ris petto e di amicizia. I suoi gli si rivolgevano con
l'appellativo di Cesare, Filippo no, e nemmeno io: nego che un cittadino perbene possa accettare questo
comportamento. Così intorno a lui c'è un mucchio di gente che proferisce minacce di morte contro i nostri e sostiene
che questo stato di cose è insopportabile. Che idea ti fai della situazione quando il giovanotto arriverà a Roma, dove
i nostri libera tori non possono vivere tranquilli? Loro saranno sempre degli eroi, e anche felici per la serena
consapevolezza di quanto hanno fatto. Ma noi, se non mi sbaglio, saremo a terra. Io smanio perciò di scomparire in
qualche posto dove - come dice Accio nella sua tragedia - "dei Pelòpidi il nome anco non giungami...". Non mi
piacciono nemmeno questi consoli designati, che mi hanno costretto addirittura a qualche esibizione oratoria, così
che non mi è concesso di rifiatare neanche in faccia alle onde. Ma questo dipende dalla mia eccessiva remissività.
Giacché una volta queste esibizioni erano più o meno una necessità, ora, comunque vadano a finire le cose, non è lo
stesso.
Da quanto non ho niente da scriverti! Scrivo però, non per intrattenerti con queste mie chiacchiere, ma per estor-certi
una lettera di risposta: con qualunque novità sugli altri, specie su Bruto, e così via. Ho messo giù queste pagine
il 22 aprile durante un pranzo a casa di Vestorio, uomo lontano da ogni curiosità filosofica, ma ferratissimo nel far
di conto.