Traduzione di Paragrafo 36, Libro 2 di Cicerone

Versione originale in latino


Deinde equitatum ad hunc morem constituit qui usque adhuc est retentus, nec potuit Titiensium et Rhamnensium et Lucerum mutare cum cuperet nomina, quod auctor ei summa augur gloria Attus Navius non erat. Atque etiam Corinthios video publicis equis adsignandis et alendis orborum et viduarum tributis fuisse quondam diligentis. Sed tamen prioribus equitum partibus secundis additis MDCCC fecit equites numerumque duplicavit. Postea bello subegit Aequorum magnam gentem et ferocem et rebus populi Romani imminentem, idemque Sabinos cum a moenibus urbis reppulisset, equitatu fudit belloque devicit, atque eundem primum ludos maximos, qui Romani dicti sunt, fecisse accepimus, aedemque in Capitolio Iovi Optimo Maximo bello Sabino in ipsa pugna vovisse faciendam, mortuumque esse cum duodequadraginta regnavisset annos.

Traduzione all'italiano


In seguito creò l'ordine dei cavalieri nel modo che si è conservato fino ad oggi, ma non poté modificare i nomi dei Tiziensi, dei Ramnensi e dei Luceri pur volendolo, poiché l'augure di somma fama Atto Navio non gli fu sostenitore. E credo che anche i Corinzi erano allora diligenti nell'assegnare e mantenere cavalli per il servizio dello Stato con le tasse dei maritati senza figli e delle vedove. Ma tuttavia, aggiunte nuove schiere di cavalieri ai precedenti, portò i calieri a mille e ottocento e ne raddoppiò (così) il numero. Sottomise poi in guerra il grande e feroce popolo degli Equi, minaccioso per le sorti del popolo Romano, e sempre lui, dopo averli respinti dalle mura della città, disperse con la cavalleria i Sabini e li sconfisse in guerra, e sappiamo che sempre lui per primo organizzò i giochi massimi, che furono detti Romani, e che durante la guerra sabina, nel pieno della battaglia fece voto di dedicare in Campidoglio un tempio a Giove Ottimo Massimo, e che morì dopo quarantotto anni di regno.