Traduzione di Paragrafo 92, Libro 3 di Cicerone

Versione originale in latino


Si quis aurum vendens orichalcum se putet vendere, indicetne ei vir bonus aurum illud esse, an emat denario, quod sit mille denarium? Perspicuum est iam et quid mihi videatur et quae sit inter eos philosophos, quos nominavi, controversia. Pacta et promissa semperne servanda sint, qvae nec vi nec dolo malo, ut praetores solent, facta sint. Si quis medicamentum cuipiam dederit ad aquam intercutem pepigeritque, si eo medicamento sanus factus esset, ne illo medicamento umquam postea uteretur, si eo medicamento sanus factus sit et annis aliquot post inciderit in eundem morbum nec ab eo, quicum pepigerat, impetret, ut iterum eo liceat uti, quid faciendum sit. Cum sit is inhumanus, qui non concedat, nec ei quicquam fiat iniuriae, vitae et saluti consulendum.

Traduzione all'italiano


"Se uno vendendo oro, credesse di vendere ottone, il galantuomo dovrebbe avvertirlo che si tratta di oro o dovrebbe acquistare per un denaro ciò che ne vale mille?" È chiaro, ormai, quale sia la mia opinione e quale la controversia tra i suddetti filosofi. Ci si chiede se debbano essere sempre mantenuti i patti e le promesse che, secondo la formula dei pretori, "non siano stati fatti né con la violenza né con la frode". Se qualcuno avesse dato ad un altro una farmaco per l'idropisia, ed avesse pattuito che costui, guarendo per mezzo di quel farmaco, non ne avrebbe più fatto uso in seguito, nel caso che fosse sopravvenuta la guarigione per merito di quel farmaco, e a distanza di qualche anno fosse nuovamente ricaduto nella stessa malattia, senza poter ottenere da colui, col quale aveva stipulato il patto, il permesso d'usare nuovamente la stessa medicina, che si dovrebbe fare? Poiché è inumano colui che non lo concede e non subisce alcuna ingiustizia, bisogna che si provveda alla vita e alla salute.