Traduzione di Paragrafo 66, Libro 3 di Cicerone

Versione originale in latino


Ut, cum in arce augurium augures acturi essent iussissentque Ti. Claudium Centumalum, qui aedes in Caelio monte habebat, demoliri ea, quorum altitudo officeret auspiciis, Claudius proscripsit insulam [vendidit], emit P. Calpurnius Lanarius. Huic ab auguribus illud idem denuntiatum est. Itaque Calpurnius cum demolitus esset cognossetque Claudium aedes postea proscripsisse, quam esset ab auguribus demoliri iussus, arbitrum illum adegit "quicquid sibi dare facere oporteret ex fide bona". M. Cato sententiam dixit, huius nostri Catonis pater (ut enim ceteri ex patribus, sic hic, qui illud lumen progenuit, ex filio est nominandus) is igitur iudex ita pronuntiavit, cum in vendundo rem eam scisset et non pronuntiasset, emptori damnum praestari oportere.

Traduzione all'italiano


Ad esempio, poiché gli àuguri dovevano trarre gli auspici sulla rocca ed avevano ordinato a Tiberio Claudio Centumalo, che aveva una casa sul Celio, di abbattere quelle parti che, con la loro altezza, erano di ostacolo agli auspici, Claudio mise in vendita il caseggiato, che fu acquistato da Publio Calpurnio Lanario. Gli àuguri fecero a costui la stessa intimazione. Calpurnio la demolì e venne a sapere che Claudio aveva messo in vendita la casa dopo che gli àuguri gli avevano intimato di abbatterla; lo costrinse, pertanto, a presentarsi davanti ad un arbitro che decidesse "che cosa in buona coscienza gli si dovesse pagare o fare". Pronunziò la sentenza Marco Catone, padre del nostro Catone (come gli altri dai padri, così questi, che generò quell'insigne personaggio, deve essere designato dal nome del figlio). Quel giudice, dunque, emise questa sentenza: poiché nel vendere conosceva i difetti e li aveva celati, doveva rispondere del danno presso il compratore.