Traduzione di Paragrafo 113, Libro 3 di Cicerone

Versione originale in latino


Sed, ut laudandus Regulus in conservando iure iurando, sic decem illi, quos post Cannensem pugnam iuratos ad senatum misit Hannibal, se in castra redituros ea, quorum erant potiti Poeni, nisi de redimendis captivis impetravissent, si non redierunt, vituperandi. De quibus non omnes uno modo; nam Polybius, bonus auctor inprimis, ex decem nobilissimis, qui tum erant missi, novem revertisse dicit re a senatu non impertrata; unum ex decem, qui paulo post, quam erat egressus e castris, redisset, quasi aliquid esset oblitus, Romae remansisse. Reditu enim in castra liberatum se esse iure iurando interpretabatur, non recte. Fraus enim distringit, non dissolvit periurium. Fuit igitur stulta calliditas, perverse imitata prudentiam. Itaque decrevit senatus, ut ille veterator et callidus, vinctus ad Hannibalem duceretur.

Traduzione all'italiano


Ma, come è degno di lode Regolo per aver rispettato il giuramento, così sono degni di biasimo, se non ritornarono, quei dieci che, dopo la battaglia di Canne, Annibale inviò al senato, dietro giuramento che sarebbero tornati nell'accampamento, di cui s'erano impadroniti i Cartaginesi, se non avessero ottenuto il riscatto dei prigionieri. Sul loro comportamento non tutti sono d'accordo. Difatti Polibio, storico tra i più autorevoli, dice che dei dieci più nobili allora inviati, ne ritornarono nove per non avere ottenuto il consenso del senato; uno dei dieci, che aveva fatto ritorno negli accampamenti poco dopo esserne uscito, quasi avesse dimenticato qualche cosa, rimase a Roma, perché giudicava, e a torto, d'essersi liberato dal giuramento con quel suo ritorno nell'accampamento. La frode, difatti, aggrava e non elimina lo spergiuro. Si trattò, dunque, d'una sciocca astuzia, che imitò malamente la prudenza. Il senato decise, quindi, che quel furbo imbroglione fosse ricondotto in catene ad Annibale.