Traduzione di Paragrafo 26, Libro 3 di Cicerone

Versione originale in latino


Quodsi is casus fuisset rerum quas pro salute rei publicae gessimus, ut non omnibus gratus esset, et si nos multitudinis furentis inflammata invidia pepulisset, tribuniciaque vis in me populum, sicut Gracchus in Laenatem, Saturninus in Metellum incitasset, ferremus o Quinte frater, consolarenturque nos non tam philosophi qui Athenis fuerunt - qui hoc facere debebant -, quam clarissimi vin qui illa urbe pulsi carere ingrata civitate quam manere in <im>proba maluerunt. Pompeium vero quod una ista in re non ita valde probas, vix satis mihi illud videris attendere, non solum ei quid esset optimum videndum fuisse, sed etiam quid necessarium. Sensit enim deberi non posse huic civitati illam potestatem: quippe quam tanto opere populus noster ignotam expetisset, qui posset carere cognita? Sapientis autem civis fuit, causam nec perniciosam et ita popularem ut non posset obsisti, perniciose populari civi non relinquere. - Scis solere frater in huius modi sermone, ut transiri alio possit, dici 'admodum' aut 'prorsus ita est.'
[b]Quintus:[/b] Haud equidem adsentior. Tu tamen ad reliqua pergas velim.
[b]Marcus:[/b] Perseveras tu quidem et in tua vetere sententia permanes.
[b]Atticus:[/b] Nec mehercule ego sane a Quinto nostro dissentio. Sed ea quae restant audiamus.

Traduzione all'italiano


Al punto che, se il risultato di quanto feci per la salvezza della patria fosse stato tale da non essere gradito a tutti, e se invece l' odio fiammeggiante della moltitudine infuriata mi avesse cacciato via e la violenza dei tribuni avesse scagliato contro di me il popolo, così come Gracco contro Lenate, Saturnino contro Metello, l'avremmo sopportato, fratello mio Quinto, e ci avrebbero dato conforto non tanto quei filosofi vissuti ad Atene,- il cui compito era appunto questo-, quanto piuttosto quegli illustri personaggi che, scacciati da quella città, preferirono essere privati di una città ingrata che rimanere in una disonesta. Tu non approvi molto Pompeo appunto per questa sola circostanza, e ciò mi fa credere che tu non hai seguito con sufficiente attenzione che egli dovette valutare non soltanto quella che era meglio, ma anche ciò che era necessario. S'accorse infatti che non si poteva negare alla cittadinanza il diritto di questa magistratura; considerato che il nostro popolo aveva desiderato tanto ardentemente una autorità ancora ignota, come avrebbe potuto farne a meno dopo averlo conosciuta? Fu dunque da saggio cittadino il non abbandonare ad un altro cittadino pericolosamente popolare una causa di per sé non pericolosa e già così popolare da non potervisi opporre. Tu, fratello, sai che in questo tipo di discussioni, per poter passare ad altro, si è soliti dire "sta bene" oppure "è proprio così".
[b]Quinto:[/b] Io invece non sono d'accordo; desidererei però che tu continuassi, passando al resto.
[b]Marco:[/b] Tu dunque persisti e resti della tua precedente opinione.
[b]Attico:[/b] Neppure io, per Ercole, mi trovo in disaccordo col nostro Quinto; ma ascoltiamo quel che rimane.