Traduzione di Paragrafo 64, Libro 2 di Cicerone

Versione originale in latino


Postea quom, ut scribit Phalereus <Demetrius>, sumptuosa fieri funera et lamentabilia coepissent, Solonis lege sublata sunt, quam legem eisdem prope verbis nostri Xviri in decimam tabulam coniecerunt. Nam de tribus reciniis et pleraque illa Solonis sunt. De lamentis vero expressa verbis sunt: 'mulieres genas ne radunto neve lessum funeris ergo habento.'
De sepulcris autem nihil est apud Solonem amplius quam 'ne quis ea deleat neve alienum inferat', poenaque est, 'si quis bustum' - nam id puto appellari t . . . mbon- 'aut monimentum' inquit 'aut columnam violarit deiecerit fregerit'. Sed post aliquanto propter has amplitudines sepulcrorum, quas in Ceramico videmus, lege sanctum est, 'ne quis sepulcrum faceret operosius quam quod decem homines effecerint triduo';

Traduzione all'italiano


In seguito, come scrive Demetrio Falereo, quando i funerali incominciarono a diventare dispendiosi e pieni di lamentazioni, furono soppressi dalla legge di Solone; la quale dai nostri decemviri fu inserita nella decima tavola quasi con le stesse parole. Infatti quanto riguarda le tre pezze e la maggior parte di quelle disposizioni sono di Solone; circa le lamentazioni esse sono espresse con le sue stesse parole: "Le donne non si graffino le guance né intonino la nenia per il funerale".
Sui sepolcri poi in Solone non si dice nulla di più che: "nessuno rechi loro danno né vi seppellisca un estraneo", e vi è una punizione "se qualcuno avrà violato, danneggiato, rotto un tumulo - infatti credo che questo sia il significato di [i]tu[/i][...][i]bon[/i]". Ma qualche tempo dopo, a causa di quella ampiezza delle tombe, che vediamo nel Ceramico, si stabilì per legge "che nessuno costruisca un sepolcro che comporti di più di tre giornate lavorative per dieci uomini";