Traduzione di Paragrafo 37, Libro 2 di Cicerone

Versione originale in latino


[b]Marcus:[/b] Ad nostras igitur revertor. Quibus profecto diligentissime sanciendum est, ut mulierum famam multorum oculis lux clara custodiat, initienturque eo ritu Cereri quo Romae initiantur. Quo in genere severitatem maiorum senatus vetus auctoritas de Bacchanalibus et consulum exercitu adhibito quaestio animadversioque declarat. Atque omnia nocturna - ne nos duriores forte videamur - in media Graecia Pagondas Thebanus lege perpetua sustulit. Novos vero deos et in his colendis nocturnas pervigilationes sic Aristophanes facetissumus poeta veteris comoediae vexat, ut apud eum Sabatius et quidam alii dei peregrini iudicati e civitate eiciantur. Publicus autem sacerdos inprudentiam consilio expiatam metu liberet, audaciam <libid>ines inmittendi religionibus foedas damnet atque inpiam iudicet.

Traduzione all'italiano


[b]Marco:[/b] Allora ritorno alle nostre leggi; e queste certamente dovranno sancire con la massima cautela che una chiara luce custodisca con gli occhi di molti la reputazione delle donne e che esse vengano iniziate a Cerere con quel rito con cui vengono iniziate in Roma. Intorno a quest'argomento l'antica legislazione del senato sui Baccanali ed il processo e la punizione messa in atto anche con l'impiego dell'esercito consolare, testimoniano la severità dei nostri antenati. Proprio nel centro della Grecia, - tanto per non dare l'impressione che noi siamo troppo intransigenti -, il tebano Pagonda soppresse tutte le cerimonie notturne con una legge irrevocabile. Aristofane, il più brillante poeta della commedia antica, sferza tanto le nuove divinità e le prolungate veglie notturne usate nei loro culti, da rappresentarci nella sua opera Sabazio e altre divinità forestiere cacciate dalla città. Un pubblico sacerdote poi deve liberare da ogni timore la colpa involontaria espiata deliberatamente, deve invece condannare e giudicare empia la sfrontatezza nelle [cerimonie] e nell'introdurre riti sconci.