Traduzione di Paragrafo 9, Libro 2 di Cicerone

Versione originale in latino


Atque ego ne utilem quidem arbitror esse nobis futurarum rerum scientiam. Quae enim vita fuisset Priamo, si ab adulescentia scisset quos eventus senectutis esset habiturus? Abeamus a fabulis, propiora videamus. Clarissimorum hominum nostrae civitatis gravissimos exitus in Consolatione conlegimus. Quid igitur? Ut omittamus superiores, Marcone Crasso putas utile fuisse tum, cum maxumis opibus fortunisque florebat, scire sibi interfecto Publio filio exercituque deleto trans Euphratem cum ignominia et dedecore esse pereundum? An Cn. Pompeium censes tribus suis consulatibus, tribus triumphis, maximarum rerum gloria laetaturum fuisse, si sciret se in solitudine Aegyptiorum trucidatum iri amisso exercitu, post mortem vero ea consecutura, quae sine lacrimis non possumus dicere? Quid vero Caesarem putamus, si divinasset fore ut in eo senatu quem maiore ex parte ipse cooptasset, in curia Pompeia, ante ipsius Pompei sirnulacrum, tot centurionibus suis inspectantibus, a nobilissumis civibus, partim etiam a se omnibus rebus ornatis, trucidatus ita iaceret, ut ad eius corpus non modo amicorum, sed ne servorum quidem quisquam accederet, quo cruciatu animi vitam acturum fuisse? Certe igitur ignoratio futurorum malorum utilior est quam scientia. Nam illud quidem dici, praesertim a Stoicis, nullo modo potest: "Non isset ad arma Pompeius, non transisset Crassus Euphratem, non suscepisset bellum civile Caesar." Non igitur fatalis exitus habuerunt. Vultis autem evenire omnia fato: nihil ergo illis profuisset divinare; atque etiam omnem fructum vitae superioris perdidissent; quid enim posset iis esse laetum exitus suos cogitantibus? Ita, quoquo sese verterint Stoici, iaceat necesse est omnis eorum sollertia. Si enim id, quod eventurum est, vel hoc vel illo modo potest evenire, fortuna valet plurimum; quae autem fortuita sunt, certa esse non possunt. Sin autem certum est quid quaque de re quoque tempore futurum sit, quid est quod me adiuvent haruspices, cum res tristissumas portendi dixerunt,

Traduzione all'italiano


D'altronde, io credo che la conoscenza del futuro non ci sia nemmeno utile. Che vita sarebbe stata quella di Priamo, se fin da giovane avesse saputo che cosa gli sarebbe toccato da vecchio? Lasciamo da parte le leggende, vediamo fatti più vicini a noi. Nella [i]Consolazione[/i] ho raccolto i più gravi casi di morte dei personaggi più famosi della nostra patria. Ebbene, omettiamo i più antichi. Ma credi che a Marco Crasso sarebbe stato utile, quando era al colmo della ricchezza e della fortuna, sapere che, dopo aver assistito all'uccisione di suo figlio Publio e alla distruzione del suo esercito, avrebbe dovuto egli stesso morire, al di là dell'Eufrate, con ignominia e disonore? O ritieni che Gneo Pompeo si sarebbe allietato dei suoi tre consolati, dei tre trionfi, della gloria acquistatasi con le più grandi imprese, se avesse saputo che, abbandonato da tutti in terra egiziana, sarebbe stato trucidato dopo la disfatta del suo esercito, e che dopo la sua morte sarebbero accadute cose che non riesco a rammentare senza piangere? E Cesare? Se mediante la divinazione avesse saputo che in quel senato che per la maggior parte aveva riempito di suoi fedeli da lui nominati, nella curia di Pompeo, proprio dinanzi alla statua di Pompeo, sotto gli occhi dei suoi centurioni, sarebbe stato trucidato da eminentissimi cittadini, alcuni dei quali egli stesso aveva colmato di onori d'ogni sorta, e sarebbe rimasto lì al suolo, senza che al suo corpo non si avvicinasse non solo nessuno dei suoi amici, ma nemmeno dei suoi schiavi, - con quale angoscia avrebbe trascorso tutta la vita? Dunque il non sapere i mali futuri è certamente più utile che il saperli. Ché in nessun modo si può dire, e meno che mai lo possono gli stoici: "Pompeo non avrebbe preso le armi, Crasso non avrebbe attraversato l'Eufrate, Cesare non avrebbe scatenato la guerra civile." Ciò vorrebbe dire che le loro morti non erano fissate dal fato. Ma voi sostenete che tutto accade secondo il fato: a niente, dunque, sarebbe servita ad essi la divinazione, e per di più avrebbero perduto ogni gioia nella loro vita anteriore alle disgrazie; che cosa, infatti, avrebbe potuto essere motivo di letizia per essi, al pensiero di come sarebbero morti? Sicché, da qualunque parte si rivolgano gli stoici, è inevitabile che tutta la loro abilità giaccia sconfitta. Se ciò che avverrà potrà avvenire in modi diversi, al caso bisogna riconoscere la supremazia; ma ciò che è casuale non può esser saputo in anticipo. Se invece è già stabilito ciò che avverrà riguardo a ogni cosa in ogni tempo, che sorta d'aiuto possono darmi gli arùspici, ‹i quali›, dopo aver detto che mi incombono eventi funestissimi,