Traduzione di Paragrafo 55, Libro 2 di Cicerone

Versione originale in latino


"At multi saepe vera vaticinati, ut Cassandra:
[list]'iamque mari magno...'[/list]
eademque paulo post:
[list]'eheu videte!' "[/list]
Num igitur me cogis etiam fabulis credere? Quae delectationis habeant quantum voles, verbis sententiis numeris cantibus adiuventur; auctoritatem quidem nullam debemus nec fidem commenticiis rebus adiungere. Eodemque modo nec ego Publicio nescio cui nec Marciis vatibus nec Apollinis opertis credendum existimo; quorum partim ficta aperte, partim effutita temere numquam ne mediocri quidem cuiquam, non modo prudenti probata sunt. "Quid?' inquies, "remex ille de classe Coponi nonne ea praedixit quae facta sunt? "Ille vero, et ea quidem quae omnes eo tempore ne acciderent timebamus. Castra enim in Thessalia castris conlata audiebamus, videbaturque nobis exercitus Caesaris et audaciae plus habere, quippe qui patriae bellum intulisset, et roboris propter vetustatem; casum autem proeli nemo nostrum erat quin timeret, sed, ita ut constantibus hominibus par erat, non aperte. Ille autem Graecus, quid mirum si magnitudine timoris, ut plerumque fit, a constantia atque a mente atque a se ipse discessit? Qua perturbatione animi, quae, sanus cum esset, timebat ne evenirent, ea demens eventura esse dicebat. Utrum tandem, per deos atque homines, magis veri simile est vesanum remigem an aliquem nostrum, qui ibi tum eramus, me, Catonem, Varronem, Coponium ipsum, consilia deorum immortalium perspicere potuisse?

Traduzione all'italiano


"Ma" obietterai, "molti hanno spesso vaticinato il vero, come Cassandra: 'E già nel vasto mare...', e poco dopo: 'Ahimè, guardate!'" Mi costringi dunque anche a credere alle invenzioni delle tragedie? Esse arrecheranno diletto artistico quanto vorrai, si faranno ammirare per le parole, per le frasi, per i ritmi, per la musica; ma nessuna autorità né credibilità dobbiamo attribuire a cose inventate. E allo stesso modo io sostengo che non si debba credere né a quel tale ignoto Publilio né ai vati Marcii né agli enigmi di Apollo: alcune di queste profezie sono chiaramente delle invenzioni, altre sono state proferite senza discernimento; nessuno, neanche di mediocre levatura, vi ha creduto, meno ancora le persone dotate d'ingegno. "Ma come," dirai, "quel rematore della flotta di Coponio non predisse appunto ciò che poi avvenne?" Certo! Predisse appunto ciò che tutti, allora, temevano che accadesse. Sentivamo dire che in Tessaglia gli accampamenti dei due eserciti erano ormai l'uno di fronte all'altro; ritenevamo che l'esercito di Cesare avesse più sfrenato ardire, poiché aveva preso le armi contro la patria, e più forza per la lunga esperienza nel guerreggiare; l'esito della battaglia, nessuno di noi c'era che non lo temesse; ma, come si conveniva a persone dotate di fermezza d'animo, non davamo segni di timore. Quel greco invece, che c'è di strano se per un eccesso di paura, come tante volte accade, perse il controllo e il senno e uscì fuori di sé? In séguito a questa perturbazione d'animo, quelle cose che, finché era sano di mente, temeva, andava dicendo che sarebbero avvenute quand'ebbe perso la ragione. Ma, per tutti gli dèi e gli uomini, è più verosimile che la volontà degli dèi immortali sia stata prevista da un rematore impazzito o da qualcuno di noi che allora eravamo lì, da me, da Catone, da Varrone, da Coponio stesso?