Traduzione di Paragrafo 53, Libro 2 di Cicerone

Versione originale in latino


Vide, quaeso, Cratippe noster, quam sint ista similia; nam mihi non videntur. Oculi enim vera cernentes utuntur natura atque sensu; animi, si quando vel vaticinando vel somniando vera viderunt, usi sunt fortuna atque casu; nisi forte concessuros tibi existumas eos, qui somnia pro somniis habent, si quando aliquod somnium verum evaserit, non id fortuito accidisse. Sed demus tibi istas duas sumptiones (ea quae [i]lemmata[/i] appellant dialectici, sed nos latine loqui malumus), adsumptio tamen (quam [i]próslepsis[/i] idem vocant) non dabitur. Adsumit autem Cratippus hoc modo: "Sunt autem innumerabiles praesensiones non fortuitae." At ego dico nullam: vide, quanta sit controversia; iam adsumptione non concessa nulla conclusio est. "At impudentes sumus, qui, cum tam perspicuum sit, non concedamus." Quid est perspicuum? "Multa vera" inquit "evadere." Quid quod multo plura falsa? Nonne ipsa varietas, quae est propria fortunae, fortunam esse causam, non naturam esse docet? Deinde, si tua ista conclusio, Cratippe, vera est (tecum enim mihi res est), nonne intellegis eadem uti posse et haruspices et fulguratores et interpretes ostentorum et augures et sortilegos et Chaldaeos? Quorum generum nullum est, ex quo non aliquid, sicut praedictum sit, evaserit. Ergo aut ea quoque genera divinandi sunt quae tu rectissume improbas, aut, si ea non sunt, non intellego cur haec duo sint quae relinquis. Qua ergo ratione haec inducis, eadem illa possunt esse quae tollis.

Traduzione all'italiano


Guarda un po', ti prego, caro Cratippo, quale somiglianza ci sia tra queste due argomentazioni; poiché io non riesco a vederla. Gli occhi, quando vedono giusto, si servono di una sensazione dataci dalla natura; le anime, se qualche volta o nell'esaltazione o nel sogno han visto cose che poi si avverano, hanno avuto dalla loro la fortuna e il caso; a meno che tu non creda che quelli che considerano i sogni nient'altro che sogni, ti concederanno che, se talvolta un sogno si avvera, ciò non sia accaduto fortuitamente. Ma concediamoti pure quei due presupposti (che i dialettici chiamano [i]lemmata[/i] con parola greca, ma io preferisco parlar latino); in ogni caso l'"aggiunta" (che quelli chiamano [i]próslepsis[/i]) non ti sarà concessa. L'aggiunta di Cratippo è questa: "Vi sono innumerevoli presentimenti non casuali". Io, invece, dico che non ce n'è nemmeno uno: vedi quanto è grande il dissenso; e, una volta che quell'aggiunta non viene concessa, nessuna conclusione si può raggiungere. Ma, secondo lui, sono io uno sfrontato, nel non voler ammettere quell'aggiunta, mentre è tanto evidente. Che cosa è evidente? "Che molte predizioni risultano vere," risponde. E che dire allora del fatto che molte di più risultano false? Proprio questa incostanza di risultati, che è caratteristica del caso, non dovrà dimostrarci che dal caso, noti da una legge di natura, essi dipendono? Inoltre, se codesta tua argomentazione è vera, caro Cratippo (dal momento che è con te che sto attualmente discutendo), non ti accorgi che di essa possono servirsi egualmente gli arùspici, gli interpreti dei fulmini e dei prodìgi, gli àuguri, gli estrattori di sorti, i caldei? Di tutte queste forme di divinazione non ce n'è nemmeno una in base a cui, una volta su tante, l'evento non sia stato conforme alla predizione. Dunque o anche queste forme di divinazione, che tu giustissimamente ripudii, sono valide, o, se non lo sono, non capisco perché lo siano quelle due sole che tu ammetti. Grazie allo stesso ragionamento con cui tu dài il benestare a quelle, possono avere il diritto di esistere anche quelle che neghi.