Traduzione di Paragrafo 50, Libro 2 di Cicerone

Versione originale in latino


Videsne Epicurum, quem hebetem et rudem dicere solent Stoici, quem ad modum quod in natura rerum omne esse dicimus id infinitum esse concluserit? "Quod finitum est" inquit "habet extremum." Quis hoc non dederit?- "Quod autem habet extremum, id cernitur ex alio extrinsecus." Hoc quoque est concedendum. "At, quod omne est, id non cernitur ex alio extrinsecus." Ne hoc quidem negari potest. "Nihil igitur cum habeat extremum, infinitum sit necesse est." Videsne, ut ad rem dubiam concessis rebus pervenerit? Hoc vos dialectici non facitis, nec solum ea non sumitis ad concludendum quae ab omnibus concedantur, sed ea sumitis quibus concessis nihilo magis efficiatur quod velitis. Primum enim hoc sumitis: "Si sunt di, benefici in homines sunt." Quis hoc vobis dabit? Epicurusne? Qui negat quicquam deos nec alieni curare nec sui; an noster Ennius? Qui magno plausu loquitur adsentiente populo:
[list]"Ego deum genus esse semper dixi et dicam caelitum,
sed eos non curare opinor quid agat humanum genus."[/list]
Et quidem, cur sic opinetur, rationem subicit; sed nihil est necesse dicere quae sequuntur; tantum sat est intellegi, id sumere istos pro certo, quod dubium controversumque sit.

Traduzione all'italiano


Guarda un po' come Epicuro, che gli stoici sogliono considerare sciocco e rozzo, ha dimostrato che quello che nella natura chiamiamo "il tutto" è infinito. "Ciò che è finito" egli dice "ha un'estremità." Chi non è disposto ad ammettere questo? "Ciò che ha un'estremità si può vedere da un punto che si trovi al di fuori." Anche questo bisogna ammetterlo. "Ma ciò che è il tutto non può essere veduto da un punto che si trovi al di fuori del tutto." Nemmeno questo si può negare. "Non avendo, dunque, alcuna estremità, è necessariamente infinito." Vedi come, prendendo le mosse da premesse che tutti ammettono, giunge a dimostrare una cosa di cui si dubitava? Non così procedete voi dialettici; e non solo non partite, per svolgere le vostre argomentazioni, da premesse che tutti concedono, ma presupponete cose che, anche se vi venissero concesse, egualmente non vi farebbero raggiungere la conclusione da voi voluta. Incominciate, difatti, con questo presupposto: "Se gli dèi esistono, sono benèfici verso gli uomini." Chi ve lo darà per sicuro? Forse Epicuro, il quale nega che gli dèi abbiano alcuna preoccupazione sia per gli altri, sia per se stessi? Oppure il nostro Ennio, il quale fa dire a un suo personaggio, mentre la folla degli spettatori dimostra il proprio assenso con grandi applausi:
[list]"Io ho sempre detto e sempre dirò che esiste la stirpe degli dèi celesti, ma credo che essi non si curino di quel che fa il genere umano."[/list]
E aggiunge sùbito il motivo di questa sua opinione; ma non è necessario che io reciti il seguito; basta solamente che si capisca che costoro presuppongono come certo ciò che è dubbio e controverso.