Traduzione di Paragrafo 5, Libro 2 di Cicerone

Versione originale in latino


Vide igitur, ne nulla sit divinatio. Est quidam Graecus vulgaris in hanc sententiam versus:
[list]"Bene qui coniciet, vatem bunc perhibebo optumum."[/list]
Num igitur aut, quae tempestas impendeat, vates melius coniciet quam gubernator, aut morbi naturam acutius quam medicus, aut belli administrationem prudentius quam imperator coniectura adsequetur?
Sed animadverti, Quinte, te caute et ab iis coniecturis quae haberent artem atque prudentiam, et ab iis rebus quae sensibus aut artificiis perciperentur, abducere divinationem eamque ita definire: divinationem esse earum rerum praedictionem et praesensionem quae essent fortuitae. Primum eodem revolveris: nam et medici et gubernatoris et imperatoris praesensio est rerum fortuitarum. Num igitur aut haruspex aut augur aut vates quis aut somnians melius coniecerit aut e morbo evasurum aegrotum aut e periculo navem aut ex insidiis exercitum quam medicus, quam gubernator, quam imperator? Atqui ne illa quidem divinantis esse dicebas, ventos aut imbres impendentes quibusdam praesentire signis (in quo nostra quaedam Aratea memoriter a te pronuntiata sunt) etsi haec ipsa fortuita sunt: plerumque enim, non semper eveniunt. Quae est igitur aut ubi versatur fortuitarum rerum praesensio, quam divinationem vocas? Quae enim praesentiri aut arte aut ratione aut usu aut coniectura possunt, ea non divinis tribuenda putas, sed peritis. Ita relinquitur ut ea fortuita divinari possint quae nulla nec arte nec sapientia provideri possunt: ut, si quis M. Marcellum illum, qui ter consul fuit, multis annis ante dixisset naufragio esse periturum, divinasset profecto: nulla enim arte alia id nec sapientia scire potuisset. Talium ergo rerum, quae in fortuna positae sunt, praesensio divinatio est.

Traduzione all'italiano


Sta attento, dunque, se per caso non esista divinazione alcuna. C'è un verso greco assai diffuso che, quanto al significato, dice così:
[list]"Chi prevederà bene, lo chiamerò il migliore indovino."[/list]
Dunque un indovino sarà più bravo di un navigatore nelle previsioni del tempo, o diagnosticherà una malattia con più perspicacia di un medico, o deciderà in anticipo il modo di condurre una guerra meglio di un comandante?
Ma ho notato, Quinto, che tu accortamente separi la divinazione sia dalle previsioni che potrebbero dipendere dall'abilità e dall'intelligenza, sia da tutto ciò che si potrebbe percepire mediante la sensazione o qualche tecnica particolare, e la definisci così: la predizione e il presentimento di quelle cose che sono dovute al caso. Ma, innanzi tutto, torni a imbatterti nelle stesse difficoltà: ché la previsione del medico, del navigante, del comandante di eserciti riguarda appunto eventi casuali. Dunque un arùspice o un àugure o un vaticinante o uno che ha fatto un sogno saprà prevedere la guarigione d'un ammalato, o la salvezza di una nave dal naufragio, o di un esercito da un agguato, meglio di un medico, di un navigatore, di un comandante? Eppure tu dicevi che non appartiene alle prerogative del divinatore nemmeno il prevedere, in base a certi indizi, l'imminenza dei venti o delle piogge (e a questo proposito hai recitato, mostrando buona memoria, alcuni brani dei miei [i]Aratea[/i]),sebbene anche tali eventi siano casuali: si avverano, difatti, per lo più, non sempre. Qual è, dunque, o in che campo si esplica il presentimento degli eventi casuali, che tu chiami divinazione? Tutto ciò che si può prevedere con la pratica o col ragionamento o con l'esperienza o con l'ipotesi ritieni di doverlo attribuire non agli indovini, ma agli esperti. Non rimane, quindi, alla divinazione nient'altro che la profezia di quegli eventi fortuiti che non possono essere preveduti con alcuna pratica o con alcuna scienza. Per esempio, se qualcuno avesse detto con molti anni di anticipo che Marco Marcello, quegli che fu console per tre volte, sarebbe perito in un naufragio avrebbe senza dubbio compiuto un atto di divinazione: ché non lo avrebbe potuto sapere per mezzo di alcun'altra pratica o scienza. La divinazione è dunque il presentimento di eventi di questo genere, dipendenti solamente dalla sorte.