Traduzione di Paragrafo 4, Libro 2 di Cicerone

Versione originale in latino


De illis vero rebus quae in philosophia versantur, num quid est quod quisquam divinorum aut rispondere soleat aut consuli quid bonum sit, quid malum, quid neutrum? Sunt enim haec propria philosophorum. Quid? De officio num quis haruspicem consulit quem ad modum sit cum parentibus, cum fratribus, cum amicis vivendum, quem ad modum utendum pecunia, quem ad modum honorË, quem ad modum imperio? Ad sapientes haec, non ad divinos referri solent. Quid? Quae a dialecticis aut physicis tractantur, num quid eorum divinari potest, unusne mundus sit an plures, quae sint initia rerum, ex quibus nascuntur omnia? Physicorum est ista prudente. Quomodo autem "mentientem", quem [i]pseudómenos[/i] vocant, dissolvas aut quem ad modum soriti resistas (quem, si necesse sit, Latino verbo liceat "acervalem" appellare; sed nihil opus est: ut enim ipsa "philosophia" et multa verba Graecorum, sic "sorites, satis Latino sermone tritus est), ergo haec quoque dialectici dicent, non divini. Quid? Cum quaeritur qui sit optimus rei publicae status, quae leges, qui mores aut utiles aut inutiles, haruspicesne ex Etruria arcessentur an principes statuent et delecti viri periti rerum civilium? Quodsi nec earum rerum, quae subiectae sensibus sunt, una divinatio est nec earum quae artibus continentur, nec earum, quae in philosophia disseruntur, nec earum, quae in re publica versantur, quarum rerum sit nihil prorsus intellego. Nam aut omnium debet esse, aut aliqua ei materia danda est in qua versari possit. Sed nec omnium divinatio est, ut ratio docuit, nec locus nec materia invenitur, cui divinationem praeficere possimus.

Traduzione all'italiano


Quanto, poi, alle questioni filosofiche, ce n'è forse qualcuna a cui qualsiasi indovino sia solito dare una risposta, o per cui venga consultato allo scopo di sapere che cosa sia bene, che cosa male, che cosa indifferente? No, sono questioni proprie dei filosofi. E ancora: c'è qualcuno che consulta un arùspice su un dovere da compiere, quanto al modo di comportarsi coi genitori, coi fratelli, con gli amici, di usare il proprio denaro, di gestire una carica pubblica, di esercitare una funzione di comando? Per tali problemi ci si rivolge ai saggi, non agl'indovini. E ancora: tra gli argomenti che sono trattati dai dialettici o dai filosofi della natura - se vi sia un mondo solo o più, quali siano i primi principii dell'universo dai quali ogni cosa deriva -, ce n'è qualcuno che possa essere risolto mediante la divinazione? No, la competenza in codeste cose spetta ai filosofi della natura. Come, poi, tu possa confutare il sofisma del "mentitore", che in greco chiamano [i]pseudómenos[/i], o come possa controbattere il sorìte (che, se fosse necessario, si potrebbe chiamare in latino "acervàle"; ma non ce n'è bisogno: come la parola stessa "filosofia" e molte altre tratte dal greco, così "sorìte" è un termine divenuto abbastanza usuale in latino), anche queste cose, dunque, te le insegneranno i dialettici, non gli indovini. E poi? Quando si discute sulla migliore, costituzione politica, su quali leggi e quali usanze siano utili o inutili, si faranno venire dall'Etruria gli arùspici, o la decisione spetterà a personaggi politici di alto grado e a uomini scelti, esperti di scienza dello Stato? Ché se non esiste alcuna capacità divinatoria né riguardo alle cose sensibili, né a quelle di pertinenza delle varie tecniche, né a quelle che sono argomento di discussione filosofica, né a quelle che rientrano nell'ambito della politica, quale sia l'oggetto della divinazione non lo capisco proprio affatto. Una delle due: o la divinazione deve riguardare ogni cosa, o bisogna attribuirle un campo specifico di sua competenza. Ma né la divinazione riguarda ogni cosa (il ragionamento ce lo ha dimostrato), né si riesce a trovare un campo o un argomento di cui possiamo assegnarle la giurisdizione.