Traduzione di Paragrafo 36, Libro 2 di Cicerone

Versione originale in latino


Sed de hoc loco plura in aliis, nunc hactenus. Externa enim auguria, quae sunt non tam artificiosa quam superstitiosa, videamus. Omnibus fere avibus utuntur, nos admodum paucis; alia illis sinistra sunt, alia nostris. Solebat ex me Deiotarus percontari nostri augurii disciplinam, ego ex illo sui. Di immortales, quantum differebat!, ut quaedam essent etiam contraria. Atque ille iis semper utebatur, nos, nisi dum a populo auspicia accepta habemus, quam multum iis utimur? Bellicam rem administrari maiores nostri nisi auspicato noluerunt; quam multi anni sunt, cum bella a proconsulibus et a propraetoribus administrantur, qui auspicia non habent?
Itaque nec amnis transeunt auspicato, nec tripudio auspicantur. Ubi ergo avium divinatio? Quae, quoniam ab iis qui auspicia nulla habent bella administrantur, ab urbanis retenta videtur, a bellicis esse sublata. Nam ex acuminibus quidem, quod totum auspicium militare est, iam M. Marcellus ille quinquiens consul totum omisit, idem imperatori idem augur optumus. Et quidem ille dicebat, si quando rem agere vellet, ne impediretur auspiciis, lectica operta facere iter se solere. Huic simile est, quod nos augures praecipimus, ne iuges auspicium obveniat, ut iumenta iubeant diiungere. Quid est aliud, nolle moneri a Iove, nisi efficere ut aut ne fieri possit auspicium aut, si fiat, videri?

Traduzione all'italiano


Ma, su ciò, più a lungo altrove: ora basta. Esaminiamo piuttosto gli augurii stranieri, che non appartengono tanto alla divinazione artificiale, quanto alla superstizione. Gli stranieri, per lo più, badano a tutti gli uccelli, noi a pochissimi. Alcuni augurii sono considerati favorevoli da loro, altri dai nostri. Deiòtaro era solito chiedermi notizie sulla nostra dottrina augurale, io sulla loro. Per gli dèi immortali, quante differenze!, fino al punto che alcuni precetti erano addirittura opposti. Ed egli ricorreva agli auspicii sempre: noi, tranne nel periodo in cui abbiamo il diritto di trarre gli auspicii, ricevuto dal popolo, in qual misura vi ricorriamo? I nostri antenati stabilirono che non si procedesse ad alcuna azione di guerra senza aver prima tratto gli auspicii; ma da quanti anni ormai vengono condotte guerre da proconsoli e propretori, che non hanno diritto agli auspicii? Perciò, né prendono gli auspicii prima di attraversare corsi d'acqua, né ricorrono al "tripudio". Dov'è andata a finire, dunque, la divinazione tratta dagli uccelli? Dal momento che le guerre sono condotte da chi non ha alcun diritto agli auspicii, sembra che tale divinazione sia stata mantenuta in vigore da chi si occupa del governo civile, soppressa nelle azioni militari. Ché quanto all'auspicio tratto dalle punte delle lance, che è esclusivamente di carattere militare, già Marco Marcello, quello che fu console cinque volte, lo trascurò del tutto: eppure fu ottimo comandante, ottimo àugure. E invero egli diceva che se talvolta voleva portare a compimento una spedizione militare, era solito viaggiare in una lettiga coperta, per non essere impedito dagli auspicii. A questo comportamento somiglia ciò che noi àuguri raccomandiamo, di far togliere dal giogo i giumenti, perché non càpiti un "auspicio aggiogato". Che cos'altro è, questo non voler essere avvertiti da Giove, se non fare in modo che un auspicio non possa avvenire o, qualora avvenga, non sia veduto?