Traduzione di Paragrafo 12, Libro 2 di Cicerone

Versione originale in latino


Ut ordiar ab haruspicina, quam ego rei publicae causa communisque religionis colendam censeo - sed soli sumus; licet verum exquirere sine invidia, mihi praesertim de plerisque dubitanti -, inspiciamus, si placet, exta primum. Persuaderi igitur cuiquam potest ea, quae significari dicuntur extis, cognita esse ab haruspicibus observatione diuturna? Quam diuturna ista fuit? Aut quam longinquo tempore observari potuit? Aut quo modo est contata inter ipsos, quae pars inimica, quae pars familiaris esset, quod fissum periculum, quod commodum aliquod ostenderet? An haec inter se haruspices Etrusci, Elii, Aegyptii, Poeni contulerunt? At id, praeterquam quod fieri non potuit, ne fingi quidem potest; alios enim alio more videmus exta interpretari, nec esse unam omnium disciplinam. Et certe si est in extis aliqua vis quae declaret futura, necesse est eam aut cum rerum natura esse coniunctam aut conformari quodam modo numine deorum vique divina. Cum rerum natura, tanta tamque praeclara, in omnes partes motusque diffusa, quid habere potest commune non dicam gallinaceum fel (sunt enim qui vel argutissima haec exta esse dicant), sed tauri opimi iecur aut cor aut pulmo quid habet naturale, quod declarare possit quid futurum sit?

Traduzione all'italiano


Incominciamo dall'aruspicìna, che io ritengo si debba osservare per il bene dello Stato e della religione professata da tutti - ma qui siamo soli, e possiamo ricercare la verità senza procurarci l'odio di alcuno, io specialmente che dubito riguardo alla maggior parte delle cose -. Esaminiamo, se sei d'accordo, innanzi tutto le viscere. È dunque possibile convincere qualcuno che quei presagi, che, dicono, sono indicati dalle viscere, siano stati appresi dagli arùspici con assidua osservazione? Quanto assidua è stata codesta osservazione? Per quanto tempo la si è potuta fare? O in che modo le singole osservazioni furono confrontate tra l'uno e l'altro arùspice, per stabilire quale parte delle viscere fosse nemica, quale "familiare", quale fenditura denotasse un pericolo, quale un beneficio? Forse gli arùspici etruschi, quelli di Elide, gli egizi, i cartaginesi confrontarono tra loro queste osservazioni? Ma una cosa simile, a parte il fatto che non è potuta accadere, non si può nemmeno immaginare. Vediamo, infatti, che gli uni interpretano gli indizi delle viscere in un modo, gli altri in un altro: non esiste una dottrina comune a tutti. E certamente, se nelle viscere c'è qualche potere che sia in grado di rivelarci il futuro, questo potere dev'essere necessariamente collegato con la natura, o determinato in qualche modo dalla volontà degli dèi e da una forza divina . Ma con la natura, così immensa e splendida, che pervade tutto l'universo e ne regola tutti i movimenti, che cosa può avere in comune non dico il fiele di un pollo (eppure non manca chi dice che i fegati dei polli forniscono i presagi più ingegnosi!), - ma il fegato o il cuore o il polmone di un toro ben pasciuto che cos'ha di congiunto con la natura, sì da poter indicare il futuro?'