Traduzione di Paragrafo 47, Libro 1 di Cicerone

Versione originale in latino


Quid de auguribus loquar? Tuae partes sunt, tuum, inquam, auspiciorum atrocinium debet esse. Tibi App. Claudius augur consuli nuntiavit addubitato salutis augurio bellum domesticum triste ac turbulentum fore; quod paucis post mensibus exortum paucioribus a te est diebus oppressum. Cui quidem auguri vehementer adsentior; solus enim multorum annorum memoria non decantandi augurii, sed divinandi tenuit disciplinam. Quem inridebant collegae tui eumque tum Pisidam, tum Soranum augurem esse dicebant; quibus nulla videbatur in auguriis aut praesensio aut scientia veritatis futurae; sapienter aiebant ad opinione imperitorum esse fictas religiones. Quod longe secus est neque enim in pastoribus illis, quibus Romulus praefuit, ne in ipso Romulo haec calliditas esse potuit, ut ad errorem multitudinis religionis simulacra fingerent. Sed difficultas laborque discendi disertare neglegentiam reddidit; malunt enim disserere nihil esse in auspiciis quam, quid sit, ediscere. Quid est illo auspicio divinius, quod apud te in Mario est? ut utar potissumum auctore te:
[list]"Hic Iovis altisoni subito pinnata satelles
arboris e trunco, serpentis saucia morsu,
subrigit ipsa, feris transfigens unguibus anguem
semianimum et varia graviter cervice micantem.
Quem se intorquentem lanians rostroque cruentans
iam satiata animos, iam duros ulta dolores
abicit ecflantem et laceratum adfligit in unda
seque obitu a solis nitidos convertit ad ortus.
Hanc ubi praepetibus pinnis lapsuque volantem
conspexit Marius, divini numinis augur,
faustaque signa suae laudis reditusque notavit,
partibus intonuit caeli pater ipse sinistris.
Sic aquilae clarum firmavit Iuppiter omen."[/list]

Traduzione all'italiano


E degli àuguri, che dire? È materia di tua pertinenza; a te, dico, deve spettare la difesa degli auspicii. Quando eri console, l'àugure Appio Claudio ti annunziò - avendo giudicato ambiguo l'"augurio della salvezza" - che vi sarebbe stata una guerra civile funesta e tempestosa. E pochi mesi dopo scoppiò, e tu la soffocasti in ancor più pochi giorni. Quell'àugure io lo stimo altamente, perché egli solo, dopo molti anni, non si limitò a ripetere le solite formule augurali, ma mantenne in vita l'arte della divinazione. I tuoi colleghi lo deridevano, lo chiamavano àugure di Pisidia o di Sora: essi credevano che negli augurii non vi fosse nessun presentimento, nessuna conoscenza della realtà futura; erano stati accorti, dicevano, quelli che avevano inventato le credenze religiose per darle a intendere agli ignoranti! Ma la realtà è ben diversa: né quei pastori di cui Romolo fu il re, né Romolo in persona poterono essere tanto smaliziati da inventare delle parvenze di religione per trarre in errore la moltitudine. Ma la difficoltà e la fatica d'imparare hanno reso eloquenti i fannulloni: meglio fare forbiti discorsi sul valore nullo degli auspicii, che apprenderne con cura l'essenza. Che c'è di più profetico di quell'auspicio che si legge nel tuo Mario? Della tua testimonianza mi piace servirmi più che di ogni altra:
[list]"Allora, d'improvviso, l'alata ministra di Gìove altitonante, ferita dal morso del serpente, lo strappa a sua volta dal tronco dell'albero, trafiggendo con gli artigli spietati il rettile semivivo, guizzante a gran forza col collo variegato. Essa dilania e insanguina col becco il serpente che si divincola; poi, ormai saziata l'ira, ormai vendicato l'aspro dolore, lo lascia cader giù spirante, lo fa precipitare nelle onde già ridotto a brani; ed essa si rivolge dal lato dove il sole tramonta verso il lato donde sorge splendente. Appena Mario, àugure della volontà divina, ebbe visto l'aquila che volava scorrendo per il cielo con le ali veloci, ed ebbe inteso il fausto presagio della propria gloria e del proprio ritorno, ecco che il Padre stesso degli dèi tuonò dalla parte sinistra del cielo. Così Giove confermò lo splendido presagio dell'aquila."[/list]