Traduzione di Paragrafo 16, Libro 1 di Cicerone

Versione originale in latino


Nihil fere quondam maioris rei nisi auspicato ne privatim quidem gerebatur, quod etiam nunc nuptiarum auspices declarant, qui re omissa nomen tantum tenent. Nam ut nunc extis (quamquam id ipsum aliquanto minus quam olim), sic tum avibus magnae res impetriri solebant. Itaque, sinistra dum non exquirimus, in dira et in vitiosa incurrimus. Ut P. Claudius, Appi Caeci filius, eiusque collega L. Iunius classis maxumas perdiderunt, cum vitio navigassent. Quod eodem modo evenit Agamemnoni; qui,cum Achivi coepissent
[list]"inter sese strepere aperteque artem obterere extispicum
solvere imperat secundo rumore adversaque avi."[/list]
Sed quid vetera? M. Crasso quid acciderit videmus, dirarum obnuntiatione neglecta. In quo Appius, collega tuus, bonus augur, ut ex te audire soleo, non satis scienter virum bonum e civem egregium censor C. Ateium notavit, quod ementitu auspicia subscriberet. Esto; fuerit hoc censoris, si iudicabat ementitum; at illud minime auguris, quod adscripsit ob ea causam populum Romanum calamitatem maxumam cepisse. Si enim ea causa calamitatis fuit, non in eo est culpa, qui obnuntiavit, sed in eo, qui non paruit. Veram enim fuisse obnuntiationem, ut ait idem augur et censor, exitus adprobavit; quae si falsa fuisset, nullam adferre potuisset causam calamitatis. Etenim dirae, sicut cetera auspicia, ut omina, ut signa, non causas adferunt, cur quid eveniat, sed nuntiant eventura, nisi provideris. Non igitur obnuntiatio Atei causam finxit calamitatis, sed signo obiecto monuit Crassum quid eventurum esset, nisi cavisset. Ita aut illa obnuntiatio nihil valuit aut, si, ut Appius iudicat, valuit, id valuit, ut peccatum haereat non in eo qui monuerit, sed in eo qui non obtemperarit.

Traduzione all'italiano


Nemmeno quanto agli affari privati, se avevano qualche importanza, si soleva fare alcunché, nei tempi andati, senza ricorrere agli auspicii. Tuttora ciò è indicato dagli "àuspici delle nozze", i quali, andato in disuso il loro còmpito, mantengono solo il nome. Come ora all'osservazione delle viscere (sebbene anche questa pratica sia alquanto meno in vigore che un tempo), così allora eran soliti, in cose importanti, chiedere consiglio al volo degli uccelli. Perciò, se non ricerchiamo con cura i presagi favorevoli, andiamo soggetti a quelli malauguranti e infausti. Per esempio Publio Claudio, figlio di Appio il cieco, e il suo collega Lucio Giunio persero ingenti flotte, perché avevano preso il mare con auspicii contrari. Parimenti ciò accadde ad Agamennone, il quale, poiché gli Achei avevano incominciato
[list]"a schiamazzare tra loro e a denigrare apertamente l'arte degli scrutatori di viscere, ordina di salpare col plauso delle truppe e con l'ostilità dei presagi."[/list]
Ma a che scopo rievocare fatti remoti? Che cosa sia accaduto a Marco Crasso lo sappiamo, per avere spregiato il divieto dei presagi infausti. In questa circostanza Appio, tuo collega e bravo àugure (come spesso mi hai detto), con scarsa cognizione di causa, in qualità di censore, inflisse un biasimo a Gaio Ateio, ottimo uomo ed egregio cittadino, perché (questa la motivazione) aveva annunziato auspicii falsi. Sia pure, ammettiamo che quello fosse il suo dovere di censore, se giudicava che Ateio avesse trasgredito quel divieto; ma non fece il suo dovere di àugure, dal momento che aggiunse per iscritto che per quella causa il popolo romano aveva subìto una gravissima sciagura. Se, infatti, fu quella la causa della sciagura, la colpa non va attribuita a chi la predisse, ma a chi non obbedì alla dissuasione. Che la dissuasione fosse giusta, come disse Appio, àugure e censore nello stesso tempo, fu dimostrato dagli eventi; se fosse stata falsa, Appio non avrebbe saputo addurre alcuna altra causa della sciagura. E in realtà le predizioni infauste, come gli altri auspicii, presagi, segni, non ci dicono le cause per cui qualcosa avverrà, ma ci annunziano che qualcosa di male avverrà se non correrai ai ripari. La premonizione di Ateio, dunque, non creò la causa della sventura, ma, mostrando il segno infausto, avvertì Crasso di che cosa sarebbe avvenuto se egli non avesse rinunciato ai suoi progetti. Dunque o quell'ammonimento non valeva niente, o, se valeva (e di ciò Appio era persuaso), la colpa doveva essere non di chi aveva ammonito, ma di chi non aveva obbedito.