Cicerone - Commentariolum petitionis - 2

Testo latino e traduzione versione da Cicerone, Commentariolum petitionis, 2

Versione originale in latino


Ac multum etiam novitatem tuam adiuvat quod eius modi nobiles tecum petunt ut nemo sit qui audeat dicere plus illis nobilitatem quam tibi virtutem prodesse oportere. Nam P. Galbam et L. Cassium summo loco natos quis est qui petere consulatum putet? Vides igitur amplissimis ex familiis homines, quod sine nervis sint, tibi paris non esse. At Antonius et Catilina molesti sunt. Immo homini navo, industrio, innocenti, diserto, gratioso apud eos qui res iudicant, optandi competitores ambo a pueritia sicarii, ambo libidinosi, ambo egentes. Eorum alterius bona proscripta vidimus, vocem denique audivimus iurantis se Romae iudicio aequo cum homine Graeco certare non posse, ex senatu eiectum scimus optimorum censorum existimatione, in praetura competitorem habuimus amico Sabidio et Panthera, cum ad tabulam quos poneret non haberet (quo tamen in magistratu amicam quam domi palam haberet de machinis emit); in petitione autem consulatus caupones omnis compilare per turpissimam legationem maluit quam adesse et populo Romano supplicare. Alter vero, di boni! quo splendore est? Primum nobilitate eadem qua +Catilina+. Num maiore? Non. Sed virtute. Quam ob rem? Quod Antonius umbram suam metuit, hic ne leges quidem, natus in patris egestate, educatus in sororiis stupris, corroboratus in caede civium, cuius primus ad rem publicam aditus in equitibus R. occidendis fuit (nam illis quos meminimus Gallis, qui tum Titiniorum ac Nanneiorum ac Tanusiorum capita demetebant, Sulla unum Catilinam praefecerat); in quibus ille hominem optimum, Q. Caecilium, sororis suae virum, equitem Romanum, nullarum partium, cum semper natura tum etiam aetate quietum, suis manibus occidit.

Traduzione all'italiano


E' anche di grande vantaggio alla tua condizione di uomo nuovo il fatto che aspirino al consolato nobili di tal genere, e che non esiste nessuno, il quale osi affermare che la nobiltà debba loro giovare più che a te i meriti. Chi potrebbe pensare che aspirino al consolato Publio Galba e Lucio Cassio, uomini di nobilissima famiglia? Tu riesci a vedere dunque come non possano stare al tuo livello uomini di famiglie ragguardevolissime, per il fatto che sono privi di vigore. Ma Antonio e Catilina sono avversari difficili: eppure un uomo attivo, solerte, integerrimo, buon parlatore, che gode credito presso i giudici, deve augurarsi come concorrenti due assassini fin dall'infanzia, due uomini dissoluti e caduti molto in basso. Del primo di loro noi abbiamo visto la confisca dei beni, e l'abbiamo poi udito giurare che egli a Roma non poteva competere da pari a pari in tribunale con un Greco; sappiamo che è stato cacciato dal Senato in seguito alla giusta valutazione di ottimi censori; l'abbiamo avuto come concorrente nella pretura, e suoi amici erano Sabidio e Pantera quando non possedeva più schiavi da far vendere (e tuttavia, nel periodo in cui esercitò la sua carica acquistò al mercato degli schiavi un'amante che teneva a casa sua, davanti agli occhi di tutti); in qualità di candidato al consolato preferì derubare tutti gli osti, nel corso di una vergognosa ambasceria piuttosto che restare a Roma ed implorare il popolo romano. E qual è, o dèi buoni, la considerazione di cui gode l'altro? In primo luogo è nobile quanto Catilina. Forse lo è di più? No, è superiore soltanto per le sue doti. Per quale motivo? Perché Antonio è solito aver timore anche della sua ombra, questo invece non teme neppure le leggi, nato in un periodo di estrema povertà paterna, educato in mezzo agli stupri della sorella, indurito dall'eccidio di concittadini; il suo ingresso nella vita pubblica fu segnato dalla uccisione di cavalieri romani (poiché noi ci ricordiamo di quei Galli, che allora troncavano le teste dei Titinii, dei Nannii, dei Tanusii; Silla aveva messo loro a capo il solo Catilina); tra quelli egli uccise con le proprie mani un uomo assai onesto, Quinto Cecilio, marito di sua sorella, cavaliere romano, seguace di nessun partito, il quale se ne era stato sempre tranquillo per dote naturale e lo era allora anche per l'età.