Cicerone - Brutus - 285

Testo latino e traduzione versione da Cicerone, Brutus, 285.

Versione originale in latino


Sin autem ieiunitatem et siccitatem et inopiam, dummodo sit polita, dum urbana, dum elegans, in Attico genere ponit, hoc recte dumtaxat; sed quia sunt in Atticis <aliis> alia meliora, videat ne ignoret et gradus et dissimilitudines et vim et varietatem Atticorum. 'Atticos', inquit, 'volo imitari.' quos? nec enim est unum genus. nam quid est tam dissimile quam Demosthenes et Lysias, quam idem et Hyperides, quam horum omnium Aeschines? quem igitur imitaris? si aliquem: ceteri ergo Attice non dicebant? si omnis: qui potes, cum sint ipsi dissimillumi inter se? in quo illud etiam quaero, Phalereus ille Demetrius Atticene dixerit. mihi quidem ex illius orationibus redolere ipsae Athenae videntur. at est floridior, ut ita dicam, quam Hyperides, quam Lysias: natura quaedam aut voluntas ita dicendi fuit.

Traduzione all'italiano


Se poi uno mette nel genere attico uno stile macilento, rinsecchito, misero, purché sia forbito, urbano, elegante, fin qui, e solo fin qui, è nel giusto; ma siccome tra gli oratori attici c'è chi è migliore per una cosa e chi per l'altra, stia attento a non ignorare le gradazioni, le differenze, l'indole degli attici in tutta la sua varietà. "Sono gli attici che voglio imitare" dice. Quali? Infatti non sono di un genere solo. Perché, cosa c'è di così diverso quanto Demostene e Lisia, o sempre Demostene ed Iperide, o Eschine da tutti questi? Chi imiti, dunque? Uno in particolare? e gli altri, allora, non parlavano atticamente? Tutti insieme? e come potresti, visto che sono tanto diversi tra loro? E a tale proposito voglio sapere anche questo, se parlava atticamente quel famoso Demetrio Falereo. Almeno a me, pare che dai suoi discorsi esali il profumo stesso di Atene. Ma è più florido, per dir così, di Iperide, o di Lisia: era la sua natura, o fece questa scelta stilistica.

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