Cicerone - Brutus - 128

Testo latino e traduzione versione da Cicerone, Brutus, 128.

Versione originale in latino


P. Scipio, qui est in consulatu mortuus, non multum ille quidem nec saepe dicebat, sed et Latine loquendo cuivis erat par et omnis sale facetiisque superabat. eius conlega L. Bestia bonis initiis orsus tribunatus—nam P. Popillium vi C. Gracchi expulsum sua rogatione restituit —, vir et acer et non indisertus, tristis exitus habuit consulatus. nam invidiosa lege [Mamilia quaestio] C. Galbam sacerdotem et quattuor consularis, L. Bestiam C. Catonem Sp. Albinum civemque praestantissimum L. Opimium, Gracchi interfectorem, a populo absolutum, cum is contra populi studium stetisset, Gracchani iudices sustulerunt.

Traduzione all'italiano


Publio Scipione, che morì durante il suo consolato, non parlava molto né spesso, ma non era secondo a nessuno per la purezza del suo latino, e tutti superava per arguzia e facezie. Il suo collega Lucio Be stia,' animoso e non privo di facondia, dopo aver bene incominciato col tribunato - infatti, con una legge da lui proposta, fece rientrare in patria Publio Popillio," espulso dalla violenza di Gaio Gracco - ebbe un amaro destino all'indomani della conclusione del suo consolato. Infatti, in base a una legge odiosa i giudici graccani cacciarono in esilio il sacerdote Gaio Galba e quattro consolari, Lucio Bestia, Gaio Catone, Spurio Albino, e Lucio Opimìo, un cittadino eccellentissimo, uccisore di Gaio Gracco, assolto dal popolo nonostante ne avesse contrastato le inclinazioni politiche.

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