Cicerone - Brutus - 108

Testo latino e traduzione versione da Cicerone, Brutus, 108.

Versione originale in latino


Tum etiam P. Lentulus ille princeps ad rem publicam dumtaxat quod opus esset satis habuisse eloquentiae dicitur; isdemque temporibus L. Furius Philus perbene Latine loqui putabatur litteratiusque quam ceteri; P. Scaevola valde prudenter et acute; paulo etiam copiosius nec multo minus prudenter M'. Manilius. Appi Claudi volubilis sed paulo fervidior oratio. erat in aliquo numero etiam M. Fulvius Flaccus et C. Cato Africani sororis filius, mediocres oratores; etsi Flacci scripta sunt, sed ut studiosi litterarum. Flacci autem aemulus P. Decius fuit, non infans ille quidem sed ut vita sic oratione etiam turbulentus.

Traduzione all'italiano


E anche Publio Lentulo, il primo tra i senatori, si dice che avesse eloquenza sufficiente, almeno per quanto richiedevano le esigenze del dibattito politico; nello stesso periodo Lucio Furio Filo aveva fama di parlare un eccellente latino, e con maggiore cultura letteraria degli altri; Publio Scevola, di parlare con robusta dottrina giuridica, e con acume, e Manio Manilio, con un po' più di abbondanza, e con dottrina giuridica non minore. L'eloquenza di Appio Claudio era spedita, ma un po' troppo ribollente. Erano tenuti in una certa considerazione anche Marco Fulvio Flacco e Gaio Catone, figlio di una sorella dell'Africano, oratori di modesto livello; di Flacco restano sì degli scritti, ma sono quelli di un appassionato di studi letterari. Emulo di Flacco fu poi Publio Decio: la favella non gli mancava, è vero, ma era altrettanto turbolento nella vita come nell'eloquenza.

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