Traduzione di Paragrafo 73, Libro 3 di Cesare

Versione originale in latino


Caesar a superioribus consiliis depulsus omnem sibi commutandam belli rationem existimavit. Itaque uno tempore praesidiis omnibus deductis et oppugnatione dimissa coactoque in unum locum exercitu contionem apud milites habuit hortatusque est, ne ea, quae accidissent, graviter ferrent neve his rebus terrerentur multisque secundis proeliis unum adversum et id mediocre opponerent. Habendam fortunae gratiam, quod Italiam sine aliquo vulnere cepissent, quod duas Hispanias bellicosissimorum hominum peritissimis atque exercitatissimis ducibus pacavissent, quod finitimas frumentariasque provincias in potestatem redegissent; denique recordari debere, qua felicitate inter medias hostium classes oppletis non solum portibus, sed etiam litoribus omnes incolumes essent transportati. Si non omnia caderent secunda, fortunam esse industria sublevandam. Quod esset acceptum detrimenti, cuiusvis potius quam suae culpae debere tribui. Locum se aequum ad dimicandum dedisse, potitum esse hostium castris, expulisse ac superasse pugnantes. Sed sive ipsorum perturbatio sive error aliquis sive etiam fortuna partam iam praesentemque victoriam interpellavisset, dandam omnibus operam, ut acceptum incommodum virtute sarciretur. Quod si esset factum, futurum, uti ad Gergoviam contigisset, ut detrimentum in bonum verteret, atque qui ante dimicare timuissent, ultro se proelio offerrent.

Traduzione all'italiano


Cesare, costretto a rinunciare ai suoi precedenti progetti, pensò di dovere cambiare totalmente il piano di guerra. E così, richiamati contemporaneamente tutti i presidi e abbandonato l'assedio e riunito in un solo posto l'esercito, tenne un discorso ai soldati esortandoli a non addolorarsi per quanto era avvenuto, a non lasciarsi demoralizzare dagli avvenimenti e a non anteporre a molte battaglie favorevoli una sconfitta sola e per di più di poco conto. Dovevano ringraziare la Fortuna perché avevano conquistato l'Italia senza subire perdite; perché avevano pacificato le due Spagne, comandate da capi esperti e molto abili e per di più alla guida di soldati animati da grande spirito bellico; perché avevano in loro potere le province confinanti, ricche di frumento; dovevano infine ricordare con quanta fortuna, in mezzo alle flotte nemiche, erano stati trasportati tutti incolumi, mentre non solo i porti, ma anche i lidi erano pieni di nemici. Se poi non andava tutto per il meglio, si doveva aiutare la Fortuna con l'azione. E la responsabilità del danno subito era da attribuirsi a chiunque altro ma non a lui. Egli aveva scelto un luogo adatto per il combattimento, si era impadronito del campo nemico, aveva cacciato e vinto quelli che opponevano resistenza. Ma se il loro turbamento o qualche sbaglio o anche la Fortuna avevano impedito una vittoria sicura e già alla portata di mano, tutti dovevano darsi da fare per rimediare col valore al danno subito. Se così facevano, il danno si sarebbe mutato in bene, come era avvenuto presso Gergovia, ed essi, che prima avevano avuto paura di combattere, si sarebbero offerti spontaneamente al combattimento.