Traduzione di Paragrafo 57, Libro 3 di Cesare

Versione originale in latino


Haec cum in Achaia atque apud Dyrrachium gererentur, Scipionemque in Macedoniam venisse constaret, non oblitus pristini instituti Caesar mittit ad eum A. Clodium, suum atque illius familiarem, quem ab illo traditum initio et commendatum in suorum necessariorum numero habere instituerat. Huic dat litteras mandataque ad eum; quorum haec erat summa: sese omnia de pace expertum nihil adhuc effecisse: hoc arbitrari vitio factum eorum, quos esse auctores eius rei voluisset, quod sua mandata perferre non opportuno tempore ad Pompeium vererentur. Scipionem ea esse auctoritate, ut non solum libere quae probasset exponere, sed etiam ex magna parte compellere atque errantem regere posset; praeesse autem suo nomine exercitui, ut praeter auctoritatem vires quoque ad coercendum haberet. Quod si fecisset, quietem Italiae, pacem provinciarum, salutem imperii uni omnes acceptam relaturos. Haec ad eum mandata Clodius refert ac primis diebus, ut videbatur, libenter auditus reliquis ad colloquium non admittitur, castigato Scipione a Favonio, ut postea confecto bello reperiebamus, infectaque re sese ad Caesarem recepit.

Traduzione all'italiano


Mentre questi fatti accadevano in Acaia e presso Durazzo, si viene a sapere che Scipione era giunto in Macedonia. Cesare, non dimentico del primitivo disegno, gli invia Aulo Clodio, amico comune, che, da lui presentato e raccomandato fin da prima, era considerato uno dei suoi intimi. Gli consegna una lettera e messaggi per Scipione, che così in breve si possono riassumere: egli tutto aveva tentato per la pace, pertanto pensava che, se non si era concluso nulla, era solo per colpa di quelli che egli aveva voluto fossero gli artefici della trattativa, poiché essi avevano timore di recare i suoi messaggi a Pompeo in momento non opportuno. Ma Scipione aveva tanta autorità non solo per esporre liberamente il suo pensiero, ma anche, in larga misura, per fare pressione e correggere chi sbagliava; d'altra parte era a capo di un suo esercito e, oltre all'autorità, aveva anche le forze per fare opera di costrizione. Se avesse fatto ciò, la pace dell'Italia, la quiete delle province, la salvezza della nazione sarebbero state attribuite da tutti a lui solo. Clodio porta a Scipione questa ambasciata e, nei primi giorni viene ascoltato volentieri, almeno sembrava, nei successivi non è più ammesso al colloquio, poiché Scipione era stato rimproverato da Favonio, come poi si seppe a guerra finita; tornò quindi da Cesare senza avere portato a termine l'incarico.