Traduzione di Paragrafo 40, Libro 3 di Cesare

Versione originale in latino


Quibus cognitis rebus Cn. Pompeius filius, qui classi Aegyptiae praeerat, ad Oricum venit submersamque navim remulco multisque contendens funibus adduxit atque alteram navem, quae erat ad custodiam ab Acilio posita, pluribus aggressus navibus, in quibus ad libram fecerat turres, ut ex superiore pugnans loco integrosque semper defatigatis submittens et reliquis partibus simul ex terra scalis et classe moenia oppidi temptans, uti adversariorum manus diduceret, labore et multitudine telorum nostros vicit, deiectisque defensoribus, qui omnes scaphis excepti refugerant, eam navem expugnavit, eodemque tempore ex altera parte molem tenuit naturalem obiectam, quae paene insulam oppidum effecerat, et IIII biremes subiectis scutulis impulsas vectibus in interiorem portum traduxit. Ita ex utraque parte naves longas aggressus, quae erant deligatae ad terram atque inanes, IIII ex his abduxit, reliquas incendit. Hoc confecto negotio D. Laelium ab Asiatica classe abductum reliquit, qui commeatus Bullide atque Amantia importari in oppidum prohibebat. Ipse Lissum profectus naves onerarias XXX a M. Antonio relictas intra portum aggressus omnes incendit; Lissum expugnare conatus defendentibus civibus Romanis, qui eius conventus erant, militibusque, quos praesidii causa miserat Caesar, triduum moratus paucis in oppugnatione amissis re infecta inde discessit.

Traduzione all'italiano


Venuto a conoscenza di ciò, Cn. Pompeo figlio, che era a capo della flotta egiziana, venne a Orico e, presa a rimorchio la nave sommersa, adoperandosi con molte funi riuscì a trascinarla via. L'altra nave, collocata a difesa da Acilio, egli la assalì con molte navi sulle quali aveva fatto erigere delle torri di pari altezza sia per combattere da una posizione più elevata, sostituendo in continuazione soldati freschi a quelli sfiancati, sia per tentare contemporaneamente l'assalto delle mura della città da varie parti, da terra con le scale e dalle navi, in modo da dividere le forze nemiche. A prezzo di sforzi e con una grande quantità di proiettili sconfisse i nostri e, respinti i difensori che si rifugiarono sui battelli e fuggirono, catturò quella nave. Nel medesimo tempo si impossessò, dall'altra parte, della diga naturale posta di fronte alla città che fa di essa una penisola; portò in una parte più interna del porto quattro triremi spinte a forza di leve, dopo avervi messo sotto dei rulli. E così assalite da entrambe le parti le navi da guerra che erano ormeggiate a terra e senza difesa, ne condusse via quattro e incendiò le rimanenti. Portata a compimento questa impresa, lasciò D. Lelio, trasferito dalla flotta asiatica, per impedire che giungessero approvvigionamenti in città da Billide e Amanzia. Egli stesso, recatosi a Lisso, assalì trenta navi da carico lasciate dentro il porto da M. Antonio e le incendiò tutte. Dopo avere tentato di espugnare Lisso, che era difesa da cittadini romani che appartenevano a quella colonia, e da soldati mandati da Cesare a presidiarla, rimasto là tre giorni, perduti pochi soldati nell'assedio, se ne partì senza portare a compimento l'impresa.