Traduzione di Paragrafo 37, Libro 3 di Cesare

Versione originale in latino


Scipio biduum castris stativis moratus ad flumen, quod inter eum et Domitii castra fluebat, Aliacmonem, tertio die prima luce exercitum vado traducit et castris positis postero die mane copias ante frontem castrorum instruit. Domitius tum quoque sibi dubitandum non putavit, quin productis legionibus proelio decertaret. Sed cum esset inter bina castra campus circiter milium passuum II, Domitius castris Scipionis aciem suam subiecit; ille a vallo non discedere perseveravit. Ac tamen aegre retentis Domitianis militibus est factum, ne proelio contenderetur, et maxime, quod rivus difficilibus ripis subiectus castris Scipionis progressus nostrorum impediebat. Quorum studium alacritatemque pugnandi cum cognovisset Scipio, suspicatus fore, ut postero die aut invitus dimicare cogeretur aut magna cum infamia castris se contineret, qui magna exspectatione venisset, temere progressus turpem habuit exitum et noctu ne conclamatis quidem vasis flumen transit atque in eandem partem, ex qua venerat, redit ibique prope flumen edito natura loco castra posuit. Paucis diebus interpositis noctu insidias equitum collocavit, quo in loco superioribus fere diebus nostri pabulari consueverant; et cum cotidiana consuetudine Qu. Varus, praefectus equitum Domitii, venisset, subito illi ex insidiis consurrexerunt. Sed nostri fortiter impetum eorum tulerunt, celeriterque ad suos quisque ordines rediit, atque ultro universi in hostes impetum fecerunt; ex his circiter LXXX interfectis, reliquis in fugam coniectis, duobus amissis in castra se receperunt.

Traduzione all'italiano


Scipione, fermatosi due giorni nell'accampamento stabile presso il fiume Aliacmone che scorreva fra il suo campo e quello di Domizio, il terzo giorno all'alba fa guadare il fiume all'esercito e, posto il campo, il mattino del giorno dopo dispone dinanzi ad esso le milizie a battaglia. Domizio allora ritenne di non dovere esitare a fare uscire le legioni e attaccare battaglia. Ma dal momento che la pianura fra i due campi era di circa tremila passi, Domizio fece avanzare il proprio schieramento fin sotto il campo di Scipione, mentre quest'ultimo continuava a non allontanarsi dal vallo. Ma, quantunque i soldati di Domizio fossero a stento tenuti a freno, accadde che non si attaccasse battaglia, massimamente perché un ruscello dalle rive scoscese, posto sotto il campo di Scipione, impediva l'avanzare dei nostri. Scipione, quando vide il loro ardente desiderio di combattere, all'idea che il giorno dopo o sarebbe stato costretto, suo malgrado, al combattimento o sarebbe rimasto nel suo campo con grande infamia, egli, che aveva suscitato tanta attesa col suo arrivo, dopo la sua avanzata temeraria si ritirò ignominiosamente e di notte, senza neppur dare il segnale di togliere il campo, attraversò il fiume e ritornò là donde era venuto e ivi, vicino al fiume, pose il campo su di un luogo elevato. Pochi giorni dopo, di notte con la cavalleria preparò un agguato ai nostri, nel posto in cui quasi sempre, nei giorni precedenti, erano soliti foraggiare; e quando, secondo l'abitudine di ogni giorno, giunse Q. Varo, prefetto della cavalleria di Domizio, quelli all'improvviso balzarono fuori dai loro appostamenti. Ma i nostri con coraggio sostennero il loro attacco e in breve tempo ciascuno rientrò nei propri ranghi e tutti insieme a loro volta contrattaccarono i nemici. Fra i quali circa ottanta furono uccisi, gli altri furono messi in fuga; i nostri, perduti due uomini, tornarono al campo.