Traduzione di Paragrafo 32, Libro 2 di Cesare

Versione originale in latino


Dimisso consilio contionem advocat militum. Commemorat, quo sit eorum usus studio ad Corfinium Caesar, ut magnam partem Italiae beneficio atque auctoritate eorum suam fecerit. "Vos enim vestrumque factum omnia," inquit, "deinceps municipia sunt secuta, neque sine causa et Caesar amicissime de vobis et illi gravissime iudicaverunt. Pompeius enim nullo proelio pulsus vestri facti praeiudicio demotus Italia excessit; Caesar me, quem sibi carissimum habuit, provinciam Siciliam atque Africam, sine quibus urbem atque Italiam tueri non potest, vestrae fidei commisit. At sunt, qui vos hortentur, ut a nobis desciscatis. Quid enim est illis optatius, quam uno tempore et nos circumvenire et vos nefario scelere obstringere? aut quid irati gravius de vobis sentire possunt, quam ut eos prodatis, qui se vobis omnia debere iudicant, in eorum potestatem veniatis, qui se per vos perisse existimant? An vero in Hispania res gestas Caesaris non audistis? duos pulsos exercitus, duos superatos duces, duas receptas provincias? haec acta diebus XL, quibus in conspectum adversariorum venerit Caesar? An, qui incolumes resistere non potuerunt, perditi resistant? vos autem incerta victoria Caesarem secuti diiudicata iam belli fortuna victum sequamini, cum vestri officii praemia percipere debeatis? Desertos enim se ac proditos a vobis dicunt et prioris sacramenti mentionem faciunt. Vosne vero L. Domitium, an vos Domitius deseruit? Nonne extremam pati fortunam paratos proiecit ille? nonne sibi clam salutem fuga petivit? nonne proditi per illum Caesaris beneficio estis conservati? Sacramento quidem vos tenere qui potuit, cum proiectis fascibus et deposito imperio privatus et captus ipse in alienam venisset potestatem? Relinquitur nova religio, ut eo neglecto sacramento, quo tenemini, respiciatis illud, quod deditione ducis et capitis deminutione sublatum est. At, credo, si Caesarem probatis, in me offenditis. Qui de meis in vos meritis praedicaturus non sum, quae sunt adhuc et mea voluntate et vestra exspectatione leviora; sed tamen sui laboris milites semper eventu belli praemia petiverunt, qui qualis sit futurus, ne vos quidem dubitatis: diligentiam quidem nostram aut, quem ad finem adhuc res processit, fortunam cur praeteream? An poenitet vos, quod salvum atque incolumem exercitum nulla omnino nave desiderata traduxerim? quod classem hostium primo impetu adveniens profligaverim? quod his per biduum equestri proelio superaverim? quod ex portu sinuque adversariorum CC naves oneratas abduxerim eoque illos compulerim, ut neque pedestri itinere neque navibus commeatu iuvari possint? Hac vos fortuna atque his ducibus repudiatis Corfiniensem ignominiam, Italiae fugam, Hispaniarum deditionem, Africi belli praeiudicia, sequimini! Equidem me Caesaris militem dici volui, vos me imperatoris nomine appellavistis. Cuius si vos poenitet, vestrum vobis beneficium remitto, mihi meum nomen restituite, ne ad contumeliam honorem dedisse videamini."

Traduzione all'italiano


Sciolto il consiglio di guerra, Curione convoca l'assemblea dei soldati. Ricorda quale ardore è stato riscontrato in loro presso Corfinio da Cesare, che, col loro aiuto ed esempio, ha occupato gran parte d'Italia. "Tutti i municipi, uno dopo l'altro", dice, "hanno seguito voi e la vostra condotta e, non senza ragione, Cesare su voi espresse giudizi molto favorevoli, i suoi nemici invece molto severi. Pompeo infatti, pure senza essere stato vinto in alcuna battaglia, traendo un infausto auspicio dal vostro comportamento ha lasciato l'Italia; Cesare ha affidato alla vostra lealtà me, a lui molto caro, la provincia di Sicilia e l'Africa, senza le quali Roma e l'Italia non possono essere difese. Ora vi sono coloro che vi esortano a ribellarvi a noi. Che cosa infatti vi è di più desiderabile per loro che contemporaneamente sopraffare noi e legare voi con la complicità di una azione scellerata? O nella loro ira che cosa di peggio possono augurare per voi se non questo, che inganniate quelli che riconoscono di esservi in tutto debitori e vi diate nelle mani di chi pensa di essere perduto per causa vostra? E poi non avete udito le imprese di Cesare in Spagna? Due eserciti messi in fuga; due generali vinti; due province sottomesse; questo è ciò che è stato fatto in quaranta giorni, dal momento in cui Cesare è giunto al cospetto degli avversari. Forse che coloro che non sono stati in grado di opporre resistenza quando avevano le forze intatte, ora che sono in rovina potrebbero resistere? Voi poi, che avete seguito Cesare quando la vittoria era incerta, ora che ormai la sorte della guerra è decisa, quando dovreste ricevere il premio dei vostri servizi seguirete il vinto? Infatti essi dicono di essere stati abbandonati e traditi da voi e rammentano il primo giuramento. Invero avete voi abbandonato L. Domizio o L. Domizio voi? Non è forse vero che egli vi ha abbandonato quando voi eravate pronti a subire l'estrema sorte? Non è forse vero che di nascosto a voi ha cercato di salvarsi fuggendo? Non è forse vero che, traditi da lui, siete stati salvati dalla clemenza di Cesare? Come avrebbe potuto tenervi legati dal giuramento colui che, gettati i fasci e deposto il comando, era egli stesso caduto, privato cittadino e prigioniero, in potere altrui? Ecco un nuovo tipo di obbligo: disprezzare quel giuramento dal quale siete vincolati e rispettare quello che è stato sciolto per la capitolazione del comandante e per la perdita dei diritti civili. Ma, credo, voi siete contenti di Cesare, malcontenti di me. Io non ho intenzione di parlare dei miei meriti nei vostri confronti, che fino a ora sono minori di quanto io voglia e voi vi aspettiate, ma tuttavia i soldati sono soliti chiedere il premio della loro fatica sempre dopo l'esito della guerra e neppure voi dubitate quale esso sarà. Perché invero dovrei passare sotto silenzio il mio zelo nell'adempiere i doveri o la mia Fortuna, considerando a che punto finora sono giunte le cose? Vi rincresce forse che io abbia trasportato l'esercito sano e salvo, senza avere perso neppure una nave? Che, appena arrivato, abbia sconfitto al primo assalto la flotta dei nemici? Che due volte in due giorni sia risultato vittorioso in battaglie equestri? Che abbia stanato dal porto e dal golfo duecento navi da carico nemiche e abbia ridotto i nemici a non potersi rifornire di viveri né per via terra né con le navi? Ripudiata questa Fortuna e questi comandanti, seguirete voi l'ignominia di Corfinio, la fuga d'Italia, la resa della Spagna, presagi della guerra d'Africa? Quanto a me, volevo essere chiamato soldato di Cesare, voi mi avete dato il titolo di comandante supremo. Se vi pentite di ciò, rinuncio per voi al beneficio, restituite a me il mio nome affinché non paia che mi abbiate dato quell'onore per oltraggiarmi.