Virgilio, Il lavoro - (Georgiche, I. vv. 125 - 159)

Versione originale in latino


Ante Iovem nulli subigebant arva coloni:
ne signare quidem aut partiri limite campum
fas erat; in medium quaerebant, ipsaque tellus
omnia liberius nullo poscente ferebat.
ille malum virus serpentibus addidit atris
praedarique lupos iussit pontumque moveri,
mellaque decussit foliis ignemque removit
et passim rivis currentia vina repressit,
ut varias usus meditando extunderet artis
paulatim, et sulcis frumenti quaereret herbam,
ut silicis venis abstrusum excuderet ignem.
tunc alnos primum fluuii sensere cauatas;
navita tum stellis numeros et nomina fecit
Pleiadas, Hyadas, claramque Lycaonis Arcton.
tum laqueis captare feras et fallere visco
inventum et magnos canibus circumdare saltus;
atque alius latum funda iam verberat amnem
alta petens, pelagoque alius trahit umida lina.
tum ferri rigor atque argutae lammina serrae
(nam primi cuneis scindebant fissile lignum),
tum variae venere artes. labor omnia vicit
improbus et duris urgens in rebus egestas.
prima Ceres ferro mortalis vertere terram
instituit, cum iam glandes atque arbuta sacrae
deficerent silvae et victum Dodona negaret.
mox et frumentis labor additus, ut mala culmos
esset robigo segnisque horreret in arvis
carduus; intereunt segetes, subit aspera silva
lappaeque tribolique, interque nitentia culta
infelix lolium et steriles dominantur avenae.
quod nisi et adsiduis herbam insectabere rastris
et sonitu terrebis avis et ruris opaci
falce premes umbras votisque vocaveris imbrem,
heu magnum alterius frustra spectabis aceruum
concussaque famem in siluis solabere quercu.

Traduzione all'italiano


Mai prima di Giove i coloni aravano i campi
ne era un delitto segnarne i confini o dividerli,
di tutti erano i frutti e anche la terra
dava molto di più eppure nessuno chiedeva.
Giove iniettò un cattivo veleno nei tetri serpenti
ai lupi disse predate, al mare di tempestare
dalle foglie il miele colare poi fece nascondere il fuoco
prosciugare il vino che a fiotti liberamente scorreva
così che il bisogno spingesse l'uomo a inventare le cose
una per volta, a cercare la spiga fra il solco
a scovare il fuoco dentro la pietra.
Allora i primi tronchi scavati solcarono i fiumi;
allora il nocchiero chiamò dalla nave gli astri per nome
Pleiadi, Jadi e la figlia di Licaone, la splendida Orsa;
allora trovarono il modo coi lacci di catturare le fiere,
di attirarle col vischio, di circondare i boschi coi cani
mentre uno sferza col giacchio il cuore profondo del fiume
e uno cava fuori dal mare le reti stillanti;
allora scoprirono il ferro inflessibile e la sega dentata
che stride, mentre in passato la legna leggera
era spaccata coi cunei. Così ebbero inizio tanti mestieri.
Ogni ostacolo è vinto dal lavoro accanito e dal bisogno che
preme sull'uomo nel corso delle aspre vicende dei giorni.
Cerere, fu lei che insegnò ai mortali a rivoltare la terra
con l'aratro, quando dal bosco sacro corbezzoli e ghiande
erano quasi scomparsi e Dodona non faceva mangiare.
Poi s'aggiunse la malattia del frumento, il carbonchio
divorava gli steli e senza più vita nei campi
il cardo faceva tristezza, tutte le messi morivano
e avanzano sterpi di lappole e pruni, sui solchi
ancora fertili prevale il loglio funesto prevale la sterile avena.
Perché se non ti danni a sarchiare l'erba cattiva
e picchiando e gridando non metti in fuga gli uccelli
e con la falce non poti i rami che cadono in ombra sul campo
e non preghi perché cada la pioggia dal cielo, oh allora
è inutile invidiare il mucchio alto di grano
nel campo del tuo vicino e potrai soltanto cavarti la fame
scuotendo con rabbia le querce nel fondo dei boschi.