Tito Livio, Discorso di Appio Claudio durante la guerra contro Veio - (Ab Urbe condita, 5. 4 - 5)

Versione originale in latino


Aut non suscipi bellum oportuit, aut geri pro dignitate populi Romani et perfici quam primum oportet. Perficietur autem si urgemus obsessos, si non ante abscedimus quam spei nostrae finem captis Veiis imposuerimus. Si hercules nulla alia causa, ipsa indignitas perseverantiam imponere debuit. Decem quondam annos urbs oppugnata est ob unam mulierem ab universa Graecia, quam procul ab domo? Quot terras, quot maria distans? Nos intra vicesimum lapidem, in conspectu prope urbis nostrae, annuam oppugnationem perferre piget. Scilicet quia levis causa belli est nec satis quicquam iusti doloris est quod nos ad perseverandum stimulet.
Septiens rebellarunt; in pace nunquam fida fuerunt; agros nostros miliens depopulati sunt; Fidenates deficere a nobis coegerunt; colonos nostros ibi interfecerunt; auctores fuere contra ius caedis impiae legatorum nostrorum; Etruriam omnem adversus nos concitare voluerunt, hodieque id moliuntur; res repetentes legatos nostros haud procul afuit quin violarent.Cum his molliter et per dilationes bellum geri oportet? Si nos tam iustum odium nihil movet, ne illa quidem, oro vos, movent? Operibus ingentibus saepta urbs est quibus intra muros coercetur hostis; agrum non coluit, et culta evastata sunt bello; si reducimus exercitum, quis est qui dubitet illos non a cupiditate solum ulciscendi sed etiam necessitate imposita ex alieno praedandi cum sua amiserint agrum nostrum invasuros? Non differimus igitur bellum isto consilio, sed intra fines nostros accipimus.

Traduzione all'italiano


La guerra o non si doveva intraprendere o si deve portare avanti secondo la dignità del popolo romano e terminare quanto prima. Ma potrà essere portata a termine se stiamo addosso agli assediati, se non ce ne andiamo prima di aver realizzato la nostra speranza con la presa di Veio. Se anche nessun altro motivo per Ercole, almeno l’indignazione avrebbe dovuto imporci di continuare. Un tempo una sola città fu attaccata per dieci anni a causa di un’unica donna da tutta la Grecia insieme quanto lontano dalla patria? Distante quante terre, quanti mari? A noi pesa sostenere l’attacco di un anno a venti miglia di distanza quasi in vista della nostra città? Evidentemente perché la causa della guerra è futile e non è sufficientemente giustificato il dolore per spingerci a continuare. Per sette volte hanno rinnovato la guerra; mai hanno mantenuto uno stato di pace affidabile; mille volte hanno saccheggiato i nostri campi; hanno forzato i Fidenati a ribellarsi a noi; in quella occasione hanno ucciso i nostri coloni; sono stati promotori di una strage spietata di nostri delegati violando ogni legge; vollero sobillare contro di noi tutta l’Etruria e oggi questa è la loro macchinazione; poco è mancato che non facessero violenza ai nostri delegati andati a chiedere soddisfazione. Con gente di questo genere si dovrebbe procedere alla guerra senza durezza ed indugiando? Tuttavia, se non ci spinge un odio legittimo, vi chiedo, non vi colpiscono neppure quei loro comportamenti? La città è stata circondata da opere di fortificazione enormi, da cui il nemico rimane chiuso entro le mura; non ha più coltivato i campi e quelli coltivati sono stati devastati dalla guerra; se riportiamo via l’esercito, chi c’è che dubita che quelli non solo per il desiderio di vendetta, ma anche per un bisogno forzato di depredare i territori altrui, una volta perduti i propri, invaderanno il nostro? Dunque con la decisione di questa seduta non rimandiamo la guerra, ma la attiriamo nel nostro territorio".

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