Tacito, Nerone - (Annales, 14. 4)

Versione originale in latino


Interea senatus propinquo iam lustrali certamine, ut dedecus averteret, offert imperatori victoriam cantus adicitque facundiae coronam qua ludicra deformitas velaretur. sed Nero nihil ambitu nec potestate senatus opus esse. Dictitans, se aequum adversum aemulos et religione indicum meritam laudem adsecuturum, primo carmen in scaena recitat; mox flagitante vulgo ut omnia studia sua publicaret (haec enim verba dixere) ingreditur theatrum, cunctis citharae legibus obtemperans, ne fessus resideret, ne sudorem nisi ea quam indutui gerebat veste detergeret, ut nulla oris aut narium excrementa viserentur. Postremo flexus genu et coetum illum manu veneratus sententias indicum opperiebatur ficto pavore. Et plebs quidem urbis, histrionum quoque gestus iuvare solita, personabat certis modis plausuque composito. Crederes laetari, ac fortasse laetabantur per incuriam publici flagitii.

Traduzione all'italiano


Nel frattempo il senato, dato che erano ormai vicini i giochi quinquennali, per allontanare il rischio di uno scandalo, offre all’imperatore la vittoria nella gara di canto e vi aggiunge il premio dell’eloquenza, perché con essa si nascondesse il disonore del suo atteggiamento istrionico. Ma Nerone, insistendo nel dire che non c’era affatto bisogno né delle manovre né dell’autorità del senato, e che egli avrebbe ottenuto una lode meritata alla pari coi suoi antagonisti e valendosi dell’imparzialità dei giudici, prima declama un componimento poetico sulla scena, subito dopo poiché il pubblico chiedeva con insistenza che rendesse noti a tutti i frutti del suo talento per intero (queste sono proprio le parole che dissero), fece il suo ingresso in teatro, seguendo tutti i canoni dell’arte della cetra, cioè non sedersi seppur stanco, non asciugarsi il sudore se non con la veste che portava indosso, che non si vedessero liquidi fuoruscire dalla bocca o dal naso. Alla fine, piegato il ginocchio e rendendo omaggio con la mano a quella accozzaglia di gente, stava ad aspettare la valutazione dei giudici fingendo di essere in ansia. E il popolino di Roma, che di solito incoraggiava anche la gestualità degli attori, faceva riecheggiare il teatro di grida secondo un ritmo determinato e con applausi manovrati. Si sarebbe potuto credere che fosse al colmo della allegria e forse lo era, incurante com’era del disonore generale.