Seneca, Una vera amicizia non può basarsi sull'utile - (Ad Lucilium, 9)

Versione originale in latino


Nunc ad propositum revertamur. Sapiens etiam si contentus est se, tamen habere amicum vult, si nihil aliud, ut exerceat amicitiam, ne tam magna virtus iaceat; non ad hoc, quod dicebat Epicurus in hac isa epistula, “ut habeat, qui sibi aegro adsideat, succurrat in vincula coniecto vel inopi”, sed ut habeat aliquem cui ipse aegro adsideat, quem ipse circumventum hostili custodia liberet. Qui se spectat et propter hoc ad amicitiam venit, male cogitat. Quemadmodum coepit, sic desinet. Paravit amicum adversum vincula laturum opem: cum primum crepuerit catena, discedet. Hae sunt amicitiae, quas temporarias populous appellat: qui utilitatis causa assumptus est, tamdiu placebit, quamdiu utilis fuerit. Hac re florentes amicorum turba circumsedet; circa eversos solitude est, et inde amici fugiunt, ubi probantur. Hac re ista tot nefaria exempla sunt aliorum metu relinquentium, aliorum metu prodentium. Necesse est initia inter se et exitus congruant. Qui amicus esse coepit, quia expedit, <desinet etiam quia expedit>: placebit aliquod pretium contra amicitiam, si ullum in illa placet praeter ipsam. In quid amicum paro? Ut habeam pro quo mori possim, ut habeam quem in exilium sequar, cuius me morti et obponam et impendam: ista, quam tu describis, negotiatio est, non amicitia, quae ad commodum accedit, quae, quid consecutura sit, spectat. Non dubie habet aliquid simile amicitiae affectus amantium. Possis dicere illam esse insanam amicitiam: numquid ergo quisquam amat lucri causa? Numquid ambitionis aut gloriae? Ipse per se amor omnium aliarum rerum neglegens animos in cupiditatem formae non sine spe mutuae caritatis accendit. Quid ergo? Ex honestiore causa coit turpis affectus? “Non agitur, inquis, nunc de hoc, an amicitia propter se ipsam adpetenda sit.” Immo vero nihil magis probandum est: nam si propter se ipsam expetenda est, potest ad illam accedere, qui se ipso contentus est. “Quomodo ergo ad illam accedit?” Quomodo ad rem pulcherrimam, non lucro captus nec varietate fortunae perterritus. Detrahit amicitiae maiestatem suam, qui illam parat ad bonos casus.

Traduzione all'italiano


Adesso torniamo all’argomento. Il saggio anche se basta a se stesso, tuttavia vuole avere un amico, se nient’altro, per esercitare l’amicizia, affinchè non resti inerte una virtù tanto grande; non per questo fine, che diceva Epicuro in questa stessa lettera, “affinchè abbia colui che lo assista da malato, gli venga in aiuto fatto prigioniero o bisognoso”, ma affinchè abbia qualcuno da assistere malato lui stesso, che liberi lui stesso, imprigionato da una custodia ostile. Colui che pensa a sé e fa amicizia a causa di questo, pensa male. Come ha cominciato, così finirà. Si è procurato un amico che porterà aiuto contro il carcere: non appena avrà fatto rumore la catena, lo abbandonerà. Queste sono le amicizie, che il popolo chiama opportunistiche: colui che è preso (come amico) per utilità piacerà tanto a lungo quanto sarà utile. Per questa ragione una folla di amici circonda a coloro che sono in auge; intorno ai falliti c’è il deserto, e gli amici fuggono da lì dove sono messi alla prova. Per questo motivo codesti sono esempi tanto funesti degli uni che abbandonano per timore, degli altri che per timore tradiscono. E’ inevitabile che gli inizi e le fini siano coerenti fra loro. Colui che comincia ad essere amico, poiché è conveniente <terminerà anche perché è conveniente>: piacerà qualche vantaggio contro l’amicizia se in quella piace qualche (vantaggio) al di là di essa stessa. Per quale fine ti procuri un amico? Affinchè io abbia qualcuno per cui io possa morire, affinchè abbia chi seguire in esilio, alla cui morte io mi opponga ed impedisca: codesta che tu descrivi, è una compravendita, non amicizia, che mira all’interesse, che pensa a quale utile conseguirà. Certo, l’affetto degli amanti ha qualcosa di simile all’amicizia. Potrei dire che quella è un’amicizia morbosa: forse che, dunque, qualcuno ama per guadagno? Per ambizione o gloria? L’amore stesso, per sua natura, trascurando tutte le altre cose, accende gli animi di un desiderio di bellezza non senza una speranza di mutuo affetto. Che cosa dunque? Un affetto turpe deriva da una causa più nobile? “Non si tratta di questo” dici “adesso, se l'amicizia si debba desiderare per se stessa.” Anzi, niente dobbiamo dimostrare di più: infatti se bisogna desiderarla per se stessa, può raagggiungerla colui che basta a se stesso. “Non si tratta di questo” dici “adesso, se l'amicizia si debba desiderare per se stessa.” Anzi, niente dobbiamo dimostrare di più: infatti se bisogna desiderarla per se stessa, può raagggiungerla colui che basta a se stesso.