Seneca, Vincere la propria natura - (Ad Lucilium, 52)

Versione originale in latino


Quid est hoc, Lucili, quod nos alio tendentes alio trahit et eo unde recedere cupimus inpellit? Quid conluctatur cum animo nostro nec permittit nobis quicquam semel velle? Fluctuamur inter varia consilia; nihil libere volumus, nihil absolute, nihil semper. “Stultitia” inquis “est cui nihil constat, nihil diu placet.” Sed quomodo nos aut quando ab illa revellemus? Nemo per se satis valet ut emergat; oportet manum aliquis porrigat, aliquis educat. […]
Puta enim duo aedificia excitata esse, ambo paria, aeque excelsa atque magnifica. Alter puram aream accepit, illic protinus opus crevit; alterum fundamenta lassarunt in mollem et fluvidam humum missa multumque laboris exhaustum est dum pervenitur ad solidum: intuenti ambo quicquid fecit <alter, in aperto est>, alterius magna pars et difficilior latet. Quaedam ingenia facilia, expedita, quaedam manu, quod aiunt, facienda sunt et in fundamentis suis occupata. Itaque illum ego faliciorem dixerim qui nihil negotii secum habuit, hunc quidem melius de se meruisse qui malignitatem naturae suae vicit et ad sapientiam se non perduxit sed extraxit.
Hoc dorum ac laboriosum ingenium nobis datum scias licet: imus per obstantia. Itaque pugnemus, aliquorum invocemus auxilium. “Quem” inquis “ invocabo? Hunc aut illum?” Tu vero etiam ad priores revertere, qui vacant; adiuvare nos possunt non tantum qui sunt, sed qui fuerunt. Ex his autem qui sunt, eligamus non eos qui verba magna celeritate praecipitant et communes locos volvunt et in privato circulantur, sed eos qui vita docent quid vitandum sit, nec umquam in eo quod fugiendum dixerunt deprehenduntur. Eum elige adiutorem, quem magis admireris cum videris quam cum audieris. Nec ideo te prohibuerim hos quoque audire, quibus admittere populum ac disserere consuetudo est, si modo hoc proposito in turbam prodeunt, ut meliores fiant faciantque meliores, si non ambitionis hoc causa exercent. Quid enim turpius philosophia captante clamores? Numquid aeger laudat medicum secantem?

Traduzione all'italiano


Che cos’è questa cosa, Lucilio, che ci trascina da una parte quando tendiamo all’altra e ci spinge là da dove vogliamo venir via? Che cosa combatte con il nostro animo e non ci permette di volere definitivamente qualcosa? Fluttuiamo tra vari pareri; niente vogliamo liberamente, niente assolutamente, niente per sempre. Dici: “Ha stoltezza colui a cui nulla consta, (a cui) nulla piace a lungo.” Ma in che modo e quando ci strapperemo da quella? Nessuno per sé vale abbastanza da emergere; bisogna che qualcuno ci porga una mano, che qualcuno ci tragga fuori. […]
Infatti supponi che siano stati edificati due edifici, entrambi simili, ugualmente alti e magnifici. L’uno ha trovato un’area pura, lì l’opera è cresciuta velocemente; le fondamenta messe sulla terra molle fecero cadere l’altro e fu adoperato molto lavoro prima che si giunga alla (terra) solida: a chi guarda entrambi, qualunque cosa fece l’uno è visibile, la grande parte e più difficile dell’altro è nascosta. Taluni ingegni sono facili, predisposti, altri, cosa che dicono, sono da farsi (oppure: si devono fare) a mano e sono stati saldati nelle sue fondamenta. Perciò io oserei dire più fortunato quello che non ha avuto nessuna difficoltà con se stesso, però che questo ha meritato il meglio di se stesso il quale ha vinto le opposizioni della propria natura, e non si portò verso la sapienza ma si tirò fuori.
Bisogna che tu sappia che questo carattere duro e laborioso è stato dato a noi: andiamo attraverso gli ostacoli. Perciò combattiamo, invochiamo l’aiuto di qualcuno. “Chi” dici “invocherò? Questo o quello?” Ma tu rivolgiti anche agli antichi, che mancano; ci possono aiutare non tanto coloro che ci sono, ma coloro che ci furono. Però fra questi che ci sono, non scegliamo coloro che precipitano parole con grande velocità e rigirano i luoghi comuni e fanno comizi in privato, ma coloro che insegnano con la vita, che, quando hanno detto cosa bisogna fare, lo provano facendo, coloro che insegnano cosa bisogna evitare, e non vengono mai colti in ciò che hanno detto, bisogna fuggire. Scegli come aiutante colui che ammiri di più avendolo visto sia avendolo udito. Perciò non ti proibire di sentire anche questi, ai quali è consuetudine avvicinare il popolo e discutere, solo se procedono nella folla con questo proposito, per diventare migliori e per rendere migliori (gli altri), se non esercitano questo per ammirazione. Cos’è infatti più turpe di una filosofia che cerca di ottenere successi? Forse che un malato loda il medico mentre lo taglia?