Seneca, La morte come esperienza quotidiana - (Ad Lucilium, 3.24)

Versione originale in latino


Moriar: hoc dicis, desinam aegrotare posse, desinam alligari posse, desinam mori posse. [18] Non sum tam ineptus ut Epicuream cantilenam hoc loco persequar et dicam vanos esse inferorum metus, nec Ixionem rota volvi nec saxum umeris Sisyphi trudi in adversum nec ullius viscera et renasci posse cotidie et carpi: nemo tam puer est ut Cerberum timeat et tenebras et larvalem habitum nudis ossibus cohaerentium. Mors nos aut consumit aut exuit; emissis meliora restant onere detracto, consumptis nihil restat, bona pariter malaque summota sunt. [19] Permitte mihi hoc loco referre versum tuum, si prius admonuero ut te iudices non aliis scripsisse ista sed etiam tibi. Turpe est aliud loqui, aliud sentire: quanto turpius aliud scribere, aliud sentire! Memini te illum locum aliquando tractasse, non repente nos in mortem incidere sed minutatim procedere. [20] Cotidie morimur; cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc quoque cum crescimus vita decrescit. Infantiam amisimus, deinde pueritiam, deinde adulescentiam. Usque ad hesternum quidquid transit temporis perit; hunc ipsum quem agimus diem cum morte dividimus. Quemadmodum clepsydram non extremum stilicidium exhaurit sed quidquid ante defluxit, sic ultima hora qua esse desinimus non sola mortem facit sed sola consummat; tunc ad illam pervenimus, sed diu venimus. [21] Haec cum descripsisses quo soles ore, semper quidem magnus, numquam tamen acrior quam ubi veritati commodas verba, dixisti, mors non una venit, sed quae rapit ultima mors est. Malo te legas quam epistulam meam; apparebit enim tibi hanc quam timemus mortem extremam esse, non solam.

Traduzione all'italiano


Morirò: cioè vuol dire, smetterò di potermi ammalare, smetterò di poter essere legato, smetterò di poter morire. [18] Non sono tanto sciocco da riproporre in questo passo la cantilena di Epicuro e dire che le paure degli inferi (della morte) sono inutili, né che Issione può essere sciolto dalla ruota, né che il sasso sulle spalle di Sisifo può essere volto al contrario, né che le viscere di nessuno possono quotidianamente essere divorate e ricrescere: nessuno è tanto infantile da temere cerbero e l’oscurità e il fantasma di coloro i quali sono costituiti da nude ossa. La morte o ci consuma o ci veste: se ci libera dal peso del corpo, rimane la parte migliore di noi, se ne siamo consumati non resta nulla e parimenti ne sono portati via sia il bene che il male. [19] Permettimi di riportare qui un tuo verso, nel caso in cui io ti abbia prima ammonito a riflettere che tu hai scritto cotesti principi non solo per gli altri ma anche per te. È turpe (vergognoso) dire una cosa e sentirne un’altra: ma è vergognoso scrivere una cosa e sentirne un'altra. Mi ricordo che tu una volta hai trattato quella questione, ovvero che noi non moriamo all’improvviso ma vi procediamo a piccoli passi (a poco a poco). [20] Si muore ogni giorno: ogni giorno, infatti, una qualche parte della vita viene meno e anche allorquando si cresce, la vita decresce. Si perde l’infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Si muore (lett. Si va morendo) fino alla fine per tutto il tempo che si attraversa, questo stesso giorno che si vive lo si divide con la morte. Come l’ultima goccia non svuota la clessidra ma qualsiasi goccia sia defluita prima, così l’ultimo momento in cui noi smettiamo di esistere non da sola costituisce la morte ma lei sola la consuma (lett. La testimonia); allora si giunge a lei (la morte), ma ci siamo giunti a lungo. [21] Dopo che si è trattato queste idee con linguaggio con cui si è soliti parlare, sempre da grande filosofo, ma tuttavia mai più pungente come quando disponi le parole per la verità, scrivi, la morte non viene una volta sola, ma quello che porta via è il momento estremo della morte (l’ultima morte). Preferisco che tu legga te stesso piuttosto che la mia epistola; infatti ti sarà chiaro che questa morte che si teme è l’ultima morte, non la sola.