Lucrezio, Venere e Marte - (De Rerum Natura, 1. vv. 21 - 43)

Versione originale in latino


quae quoniam rerum naturam sola gubernas
nec sine te quicquam dias in luminis oras
exoritur neque fit laetum neque amabile quicquam,
te sociam studeo scribendis versibus esse,
quos ego de rerum natura pangere conor
Memmiadae nostro, quem tu, dea, tempore in omni
omnibus ornatum voluisti excellere rebus.
quo magis aeternum da dictis, diva, leporem.
effice ut interea fera moenera militiai
per maria ac terras omnis sopita quiescant;
nam tu sola potes tranquilla pace iuvare
mortalis, quoniam belli fera moenera Mavors
armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se
reiicit aeterno devictus vulnere amoris,
atque ita suspiciens tereti cervice reposta
pascit amore avidos inhians in te, dea, visus
eque tuo pendet resupini spiritus ore.
hunc tu, diva, tuo recubantem corpore sancto
circum fusa super, suavis ex ore loquellas
funde petens placidam Romanis, incluta, pacem;
nam neque nos agere hoc patriai tempore iniquo
possumus aequo animo nec Memmi clara propago
talibus in rebus communi desse saluti.

Traduzione all'italiano


Poiché tu sola basti a governare la natura, né senza di te qualcosa approda alle divine spiagge della luce e non avviene nulla di lieto e amabile, io desidero che tu mi sia alleata nello scrivere i versi che io tento di scrivere sulla natura per il nostro Memmio, che tu, o dea, hai voluto in ogni tempo si distinguesse, adorno di ogni virtù. Tanto più, o dea, da’ alle mie parole grazia eterna. Intanto fa’ in modo che le feroci fatiche di guerra, per i mari e per le terre tutte, placate, abbiano pace. Infatti tu sola puoi giovare ai mortali con una pace tranquilla, poiché Marte, dio delle armi, regge le feroci azioni di guerra, lui che spesso sul tuo grembo si rifugia, vinto dall’eterna ferita dell’amore, e così guardandoti con il bel collo piegato all’indietro, pasce d’amore i suoi avidi sguardi anelando a te, o dea, e il respiro di lui che è disteso pende dalla tua bocca. Allora tu, o dea, distesa sopra con il tuo corpo divino a quello che è sdraiato, spandi dalla bocca dolci parole chiedendo, o gloriosa, una pace placida per i Romani, infatti né noi possiamo con animo sereno fare questo in un tempo triste per la patria, né l’illustre discendenza di Memmio può in tali circostanze sottrarsi alla salvezza comune.

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