Cicerone, Una lettera per Terenzia e Tullia - (Ad Familiares, 14. 4)

Versione originale in latino


Ego minus saepe do ad vos litteras, quam possum, propterea quod cum omnia mihi tempora sunt misera, tum vero, cum aut scribo ad vos aut vestras lego, conficior lacrimis sic, ut ferre non possim. Quod utinam minus vitae cupidi fuissemus! Certe nihil aut non multum in vita mali vidissemus. Quod si nos ad aliquam alicuius commodi aliquando recuperandi spem fortuna reservavit, minus est erratum a nobis; si haec mala fixa sunt, ego vero te quam primum, mea vita, cupio videre et in tuo complexu emori, quoniam neque di, quos tu castissime coluisti, neque homines, quibus ego semper servivi, nobis gratiam rettulerunt.

Traduzione all'italiano


Io vi invio lettere meno spesso di quanto potrei, proprio perché da una parte tutti i tempi sono a me infelici, dall’altra perché quando o vi scrivo o leggo (le vostre lettere) mi consumo dalle lacrime, tanto che non riesco a sopportarlo. Volesse il cielo che fossimo stati meno desiderosi della vita. Certamente durante la vita non avremmo visto niente di male. Perché se la sorte ci ha riservato per qualche speranza di recuperare un giorno un qualche vantaggio, io ho sbagliato di meno; se queste sventure sono immutabili, io in verità desidero vederti quanto prima, vita mia, e morire tra le tue braccia, dal momento che né gli dei, che tu hai venerato assai pienamente, né gli uomini, ai quali io ho sempre servito, ci hanno mostrato gratitudine.