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Pascal - Provinciali

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di In Biblioteca con i classici, tenute dal Prof. Raffaele Vitiello nell'anno accademico 2011 e, nell'ambito della didattica della filosofia, tratta il seguente argomento: Le 'Provinciali' di Pascal (1656-7), fra Sorbona e Port- Royal, un 'pamphlet' filosofico, quasi un 'romanzo di formazione'.

  • Per l'esame di In biblioteca con i classici del Prof. R. Vitiello
  • Università: La Sapienza - Uniroma1
  • CdL: Corso di laurea in scienze dell'educazione e della formazione
  • SSD:
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Voto: 5 verificato da Skuola.net

  • 28-07-2011
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Pascal - Provinciali
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Anteprima Testo:
Raffaele Vitiello, Le 'Provinciali' di Pascal (1656-7), fra Sorbona e PortRoyal, un 'pamphlet' filosofico, quasi un 'romanzo di formazione' , pubblicato in: I. Kajon, N. Siciliani de Cumis (a cura di), La filosofia nella scuola e nell’Università, Roma, Lithos, 2005, pp. 65-77.
Signore, ci eravamo proprio ingannati. Quanto a me, mi sono disingannato soltanto ieri: fino ad allora avevo pensato che il tema delle dispute alla Sorbona fosse cosa notevole e di estrema importanza per la religione. Un così gran numero di riunioni di un consesso tanto celebre quale la Facoltà di Teologia di Parigi, e nel quale sono accadute tante cose così straordinarie e invero eccezionali, fa sì che ce ne facciamo un’idea talmente elevata da non potersi credere che non vi si trattino temi sempre meno che straordinari. Resterete tuttavia assai sorpreso quando saprete da questo racconto a cosa si riduca tutto questo baccano: e ve lo riferirò in poche parole dopo essermene informato alla perfezione… i
È l’incipit della prima “Provinciale”, datata Parigi 23 gennaio 1656, in cui il trentaduenne Blaise Pascal si inserisce, con umorismo e partecipe preoccupazione per la “religione”, in un episodio di disputa teologica assai “tecnico”. Un tema solo apparentemente ristretto alla cerchia degli specialisti se il personaggio fittizio che dice “io”, Louis de Montalte, è poco più che un ragazzo, uno studente, che partendo da una iniziale curiosità tutta mondana e intellettuale per le infuocate controversie teologiche sui temi della grazia e della salvezza finisce per appassionarvisi fino ad assumere una sua precisa posizione. Di un suo iniziale, prudente, quasi si direbbe astuto distacco, egli finisce per svestirsi a mano a mano che entra in contatto con gli eccessi del “lassismo” derivanti dalla morale di quei teologi casuisti (ossia i maestri della casistica, soprattutto della Compagnia di Gesù, come vedremo) che presumono di gareggiare da pari a pari con i Padri della Chiesa. In questa ricerca di chiarezza Montalte ha come oggetto di riferimento un suo “amico di cam-
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pagna” che vive all’oscuro delle novità parigine dalle parti della Sorbona, novità “cittadine” rispetto a lui, lontano e rustico interlocutore (peraltro sempre silente) che va tenuto aggiornato. Si tratta appunto dell’immaginario “provinciale” dal quale prendono il titolo le lettere. Montalte vuole anzitutto “capire”, e per questo svolge una serie di conversazioni, sorta di ingenue interviste, con teologi di tutti i “partiti” (“nuovi tomisti” domenicani, vari dottori, e soprattutto il “bon père” gesuita). Delle lettere che vengono man mano pubblicate con crescente successo, le prime dieci mantengono lo schema delle “interviste” da riferire all’amico di provincia, quelle dalla XI alla XVI sono invece rivolte direttamente, in forma di requisitoria, ai “reverendi padri gesuiti”. Del 1657 sono la XVII e XVIII rivolte al gesuita padre Annat. Nello stesso anno appare la prima edizione in volume delle 18 Provinciales ii a cura di Pierre Nicole, insieme ad Antoine Arnauld esponente di Port-Royal assai vicino a Pascal, il quale, tuttavia, mantenne sempre la propria indipendenza di pensiero. Il titolo stesso, a quanto leggiamo nei Pensieri, non sembra essere di Pascal: Cortigiano, non lo dice certo uno che lo è, cortigiano; pedante, un pedante; provinciale, un provinciale; e scommetterei che è stato l’editore a metterlo nel titolo delle Lettere al provinciale iii .
Mentre su Arnauld incombe la “censura ecclesiastica” e la cacciata dalla Facoltà di Teologia della Sorbona, sono in gioco le convinzioni dei seguaci di Giansenio iv , profondamente contestate da parte dei gesuiti, allora influentissimi in Europa e, particolarmente in Francia, al culmine della loro potenza v . Ascoltiamo ora, da parte dello storico gesuita Giacomo Martina, una caratterizzazione efficace del contrasto profondo fra i giansenisti e l’”ufficialita” della Chiesa, della quale i gesuiti si sentivano responsabili:
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[Per Giansenio] Cristo […] non è morto per tutti, ma per gli eletti, ai quali solo viene data la grazia. Di qui nascerebbe, secondo alcuni, la tendenza a raffigurare il Crocifisso non con le braccia allargate, quasi protese verso tutti gli uomini, perché per tutti versa il suo sangue, ma con le braccia protese verso l’alto e strette, perché offre il suo sangue solo per un ristretto numero di eletti. Checché sia di questa tendenza, è ben chiara nel giansenismo l’inclinazione a trasformare la Chiesa da una società in cui c’è posto per tutti, dalla rete gettata in mare che raccoglie pesci buoni e cattivi, santi, peccatori e tiepidi, pubblicani e meretrici, purché facciano penitenza, in una setta, in una conventicola di pochi eletti vi .
Molto è stato scritto sul carattere estemporaneo e non specializzato delle Provinciali, su alcune imprecisioni nel citare i testi dei teologi casuisti, imprecisioni che i polemisti della Compagnia di Gesù, dal Seicento a oggi, imputano a Pascal come prove di calunnioEspandi »sa inattendibilità. Ma sulla forza delle Provinciali in questa battaglia ascoltiamo un altro critico gesuita: Il guaio per i gesuiti fu, ed ancora un po’ è, che le Provinciali sono un immortale capolavoro di ironia drammatica e di prosa francese classica. Come tali, esse creano […] un personaggio estremamente vivo e dunque irresistibilmente ‘vero’ per la fantasia del lettore. È appunto il personaggio del ‘gesuita’ che Pascal finge di intervistare su questioni di morale ‘lassista’ per poi raccontare tutto il presunto colloquio al presunto amico di provincia. Questo ‘gesuita’ pascaliano vale e supera il Tartufo di Molière […] . Il lassismo non è per lui che un mezzo astuto di influsso e di potere. Così era il concetto che i grandi giansenisti del momento si erano fatti dei gesuiti. Pascal, che non aveva mai ben conosciuto, né ben mai letto un gesuita vero, prendeva a prestito il concetto da essi, come pure da essi riceveva i passi incriminati dagli autori gesuiti che gli venivano rifilati. Fiducioso com’era, egli non poteva avvertire che quei passi erano non di rado svisati, come è dimostrato dai confronti fatti. C’erano anzitutto i testi isolati dai contesti, che li condizionano e che Pascal non leggeva, non ci sarebbe stato minimamente il tempo tra una lettera e l’altra vii .
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In realtà, l’accusa di non aver letto i testi citati è sostenibile fino a un certo punto: Pascal stesso, a un interlocutore che gli chiedeva se avesse effettivamente letto tutti i libri citati, rispondeva, secondo la testimonianza della nipote Marguerite Périer, che no, non li aveva letti e che certamente, come egli scrisse, ci sarebbe voluto ch’io avessi passato tutta la vita a leggere libri molto brutti; ma ho letto due volte Escobar per intero; e, quanto agli altri, li ho fatti leggere dai miei amici; ma non ne ho mai usato un solo passo senza averlo riscontrato io stesso nel libro citato, e senza aver esaminato la materia su cui veniva enunciato, e senza aver letto ciò che viene prima e ciò che viene dopo, così da non rischiare di citare un’obiezione scambiandola per una risposta, il che sarebbe stato biasimevole e ingiusto viii
Con Le provinciali, ha scritto Louis Cognet, “la controversia passava dalla Sorbona ai salotti” ix e il giovane uomo di scienza approdato a Port-Royal, di cui tuttavia non farà mai parte ufficialmente, appare dunque la persona più adatta per accorrere in aiuto ad Arnauld. Lo farà da “pubblicista”, da libero scrittore, certo vivamente attratto dalle questioni teologiche, ma in esse non professionalmente addottrinato (o meglio diremmo: aggiornato, giacché la Bibbia e i testi degli antichi Padri sono dall’epoca delle Provinciali sempre di più al centro delle sue letture). Nate e utilizzate in seguito soprattutto come opera “polemica”, Le provinciali formano comunque, come ha sottolineato Jean Mesnard, un testo seriamente ispirato a precisi “princípi spirituali” ai quali viene sottomesso “il modo stesso di condurre la polemica”. Chiarendo nella lettera XI le ragioni dell’indignazione “biblica” che lo ha portato a mettere “in burla” non già le cose sante, come gli rimproverano i gesuiti, ma quello che a lui sembra un tradimento della genuina tradizione evangelica, Pascal mostra come
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l’intenzione polemica non gli ha impedito di fare delle Provinciali un testo di spiritualità. L’undicesima Provinciale, per Mesnard, è il “tornante a partire dal quale l’arma troppo mondana del ridicolo è abbandonata per passare a un’eloquenza sollevata dall’indignazione. La stessa riflessione sulla morale non può non sfociare nella spiritualità” x . Libro divertente nella prima parte, di solenne eloquenza nella seconda (sono però le prime dieci lettere quelle che resteranno le più lette e apprezzate da generazioni di lettori, quelle che Giulio Preti xi tradusse in un fortunato volumetto del 1949), le Provinciali nel loro complesso costituiscono una “formidabile requisitoria” xii contro le conseguenze in morale e in politica delle novità teologiche promosse e seguite dai padri gesuiti, nonché una serrata difesa di Port-Royal dalle “calunnie” dei gesuiti, la più pericolosa delle quali era quella di un’intesa segreta col calvinismo di Ginevra. Ma l’accusa per calunnie Pascal se la ritroverà voltata contro, dapprima da parte dei gesuiti stessi, più avanti da Voltaire, e infine da Chateaubriand che nell’ Analyse raisonnée de l’Histoire de France del 1831 arriverà a definirlo come un “calunniatore di genio”, pur sottolineando, sia Voltaire che Chateaubriand, la forza letteraria di quella indignazione. Eppure, fu proprio negli aspetti di quella vivace, talvolta violenta, improvvisazione polemica, che in ambienti culturali non religiosi si vide il maggior pregio dell’opera, il suo paradossale “illuminismo” xiii . Quel “provinciale”, ossia quell’immaginario destinatario delle lettere è, come ha scritto Francesco Orlando, ignaro di tutto per definizione o per posizione, perché non abita a Parigi, dove ha centro e risonanza la dispu « Comprimi
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