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Filosofia della scienza

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Storia del pensiero scientifico, tenute dal Prof. Nunzio Allocca nell'anno accademico 2011 e tratta il tema della filosofia della scienza e in modo particolare il pensiero di Karl Raimund Popper e il post-positivismo.

  • Per l'esame di Storia del pensiero scientifico del Prof. N. Allocca
  • Università: La Sapienza - Uniroma1
  • CdL: Corso di laurea in filosofia
  • SSD:
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Voto: 5 verificato da Skuola.net

  • 8
  • 18-07-2011
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Filosofia della scienza
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401 che comprende sia le scienze naturali sia quelle sociali in un unico modello epistemico, fondato sull’assunzione monistica dell’omogeneità ontologica di tutte le realtà esperibili. Alla tesi fondamentale dell’unità della scienza e del suo metodo si riallaccia il programma fisicalista, affermatosi soprattutto ad opera di Neurath e Carnap, di riduzione di tutte le proposizioni scientifiche a enunciati formulabili nel linguaggio della fisica, ovvero a designazioni spazio-temporali e a predicati osservativi, programma che escludeva dal discorso scientifico tutte le istanze non riconducibili ai dati immediati dell’esperienza. Dal programma di unificazione fisicalista delle scienze, che trovò negli Stati Uniti nuovo terreno di sviluppo dopo la diaspora dall’Europa (a causa dell’avvento del nazismo) del movimento neopositivista, prese corpo l’ambizioso progetto, mai completato, dell’International encyclopedia of unified science, il cui primo fascicolo fu pubblicato nel 1938 a Chicago da Neurath, Carnap e Morris. Oltreoceano il neopositivismo trovò ampia diffusione, improntando profondamente la filosofia accademico-scientifica americana, grazie soprattutto all’insegnamento di Carnap e Reichenbach, e stabilendo un proficuo rapporto di scambio teorico con la tradizione pragmatistica e con quella analitica. Fu soprattutto Quine a compiere, negli anni Cinquanta, il processo di integrazione tra le metodologie di analisi e le problematiche del Circolo di Vienna, e gli assunti epistemologici del pragmatismo, sottoponendo a critica i «dogmi» neopositivistici del riduzionismo («l’idea che ciascuna proposizione, presa di per sé e isolata dalle altre, si possa confermare o infirmare», Two dogmas of empiricism, 1951; trad. it. Due dogmi dell’empirismo) e della distinzione tra enunciati analitici ed enunciati sintetici, nella difesa di un empirismo attenuato, che recupera elementi dell’olismo metodologico di Duhem. Popper e il falsificazionismo. Formatosi a stretto contatto con il Circolo di Vienna, Popper sviluppò sin dagli anni Trenta una critica sistematica dell’identificazione neopositivista del significato di una proposizione con il metodo della sua verifica empirica, muovendo dalla critica humiana del procedimento induttivo, secondo la quale è logicamente impossibile far scaturire da una somma di casi particolari una legge universale. Se non si possono inferire asserzioni universali da asserzioni singolari, se cioè il principio d’induzione neopositivistico è inattuabile, allora nessuna teoria scientifica può essere messa alla prova della verifica empirica («per quanto numerosi siano i casi di cigni bianchi che possiamo aver osservato, ciò non giustifica la conclusione ‘tutti i cigni sono bianchi’», Logica della scoperta scientifica, 1934), ma è sufficiente un unico esperimento contrario per falsificarla. Popper dichiara quindi che è la falsificabilità, e non la verificabilità, il criterio di scientificità di una teoria, e di demarcazione tra scienza e non scienza, invertendo l’immagine neopositivistica delle procedure di ricerca: la scienza non muove dalle osservazioni alla costruzione delle teorie, ma dalla formulazione di congetture che vengono sottoposte al controllo dei fatti mediante tentativi di confutazione. La base del processo di falsificazione è affidata da Popper a enunciati elementari («asserzioni-base»), aventi la forma di asserzioni singolari di esistenza, intersoggettivamente controllabili e accettate dalla comunità dei ricercatori. Ciò significa secondo Popper che, a differenza dei protocolli osservativi
scienza, filosofia della neopositivistici, «la base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di ‘assoluto’», e che l’impresa scientifica è sempre caratterizzata dall’essere un edificio precario, «costruito su palafitte» poggianti non su una base naturale data una volta per tutte, a cui fa riscontro il carattere provvisorio e congetturale delle ipotesi scientifiche. Tale riconoscimento non implica per Popper il relativismo o lo scetticismo, perché l’obiettivo della scienza resta la verità, secondo una concezione del mondo articolata in un modello triadico: il ‘mondo 1’ dei fatti materiali; il ‘mondo 2’ degli stati di coscienza soggettivi; il ‘mondo 3’ dei pensieri e delle teorie, costruzioni oggettive che possono essere vere o false a seconda della corrispondenza o meno con la realtà fattuale. Come chiarito da Popper sotto la spinta delle critiche rivoltegli da Kuhn e da altri esponenti della filosofia della postempiristica, una teoria scientifica non entra in crisi e viene soppiantata in virtù di esperimenti cruciali che la falsificano: il principio di falsificazione non è un indice assoluto di verità, ma un semplice strumento per stabilire un criterio temporaneo di scelta tra ipotesi rivali, oltre che un criterio di demarcazione tra teorie scientifiche e teorie non-scientifiche, come la metafisica, la quale, pur non essendo scienza, non è affatto positivisticamente ridotta a non senso. Le Espandi »teorie metafisiche, non empiricamente corroborabili ma razionalmente «criticabili», hanno esercitato ed esercitano secondo Popper una funzione regolativa e propulsiva nei confronti della ricerca empirica, impensabile senza quadri metafisici generali, «che determinano non solo quali problemi esplicativi sceglieremo di affrontare, ma anche quali tipi di risposte considereremo idonee, soddisfacenti o accettabili» (Poscritto alla Logica della scoperta scientifica, vol. 3°). L’epistemologia post-positivistica: filosofia e storia delle scienze. L’idea popperiana della fallibilità e congetturalità della conoscenza scientifica ha dato luogo, nel secondo Novecento, a un vasto dibattito epistemologico, a partire dal riconoscimento dell’impossibilità non solo di ricondurre storicamente il metodo scientifico all’osservanza di regole univoche, ma anche di una giustificazione puramente razionale delle teorie scientifiche e della loro incommensurabilità, sottolineate in partic. da Kuhn e Feyerabend. Formatosi in origine come fisico, Kuhn ben presto rivolse i propri interessi alla storia della scienza, occupandosi in partic. di due dei maggiori spartiacque teorici delle moderne scienze fisiche, la rivoluzione copernicana e la meccanica quantistica. Nella fortunatissima The structure of scientific revolutions (1962; trad. it. La struttura delle rivoluzioni scientifiche) Kuhn ha presentato un’immagine della scienza alternativa a quella neopositivistica e popperiana. L’immagine kuhniana della scienza sviluppava in maniera originale tematiche proprie della tradizione francese di studi storico-epistemologici (Koyré) e dell’olismo metodologico di Quine, richiamandosi al principio gestaltico della non distinzione osservazione-teoria, e alla funzione determinante del linguaggio sulla categorizzazione del mondo, teorizzata dal secondo Wittgenstein e dallalinguistica di B.L. Whorf. Le teorie scientifiche, sostiene Kuhn, sono formulate all’interno di «paradigmi», quei complessi di teorie, modelli di ricerca e pratiche sperimentali «ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costituire il fondamento della sua prassi ulteriore». La scienza per Kuhn si
scienza, filosofia della evolve passando da fasi in cui un certo paradigma è generalmente accettato (fasi di «scienza normale») a periodi di crisi, in cui il paradigma dominante mostra l’assommarsi di anomalie irriducibili e sorgono paradigmi rivali capaci di sostituirlo, determinando l’apertura di una fase «rivoluzionaria», che si conclude con l’affermazione di un nuovo paradigma, e la ripresa di una fase di scienza normale. Considerati alla stregua di quadri di riferimento per la definizione dei fenomeni, i diversi paradigmi kuhniani in conflitto non possono confrontarsi sulla base di un linguaggio neutrale comune, risultando reciprocamente incommensurabili («paradigmi successivi ci dicono cose differenti sugli oggetti che popolano l’Universo e sul comportamento di tali oggetti»). Tale incommensurabilità impedisce il confronto critico in senso popperiano fra i diversi paradigmi in conflitto, abolendo ogni criterio di scelta normativo o super-paradigmatico, compresa l’esistenza di esperimenti cruciali capaci di falsificazione o corroborazione. La decisione di accogliere un paradigma sfugge al calcolo o alla ricostruzione razionale, si presenta come un «salto gestaltico», una «conversione»: come scrive efficacemente Kuhn, «i singoli scienziati abbracciano un nuovo paradigma per ogni genere di ragioni, e di solito per parecchie ragioni allo stesso tempo. Alcune di queste ragioni – per es., il culto del Sole che contribuì a convertire Keplero al copernicanesimo – si trovano completamente al di fuori della sfera della scienza. Altre ragioni possono dipendere da idiosincrasie autobiografiche e personali. Persino la nazionalità o la precedente reputazione dell’innovatore e dei suoi maestri può talvolta svolgere una funzione importante». La radicale presa di distanza dell’epistemologia kuhniana dallafilosofia della s. neopositivistica e popperiana ha rilanciato nel panorama filosofico contemporaneo posizioni antiempiristiche (i ‘fatti’ sono sempre theory laden, «carichi di teoria»), riconoscendo all’accurata ricostruzione della storia delle scienze e delle diverse forme di razionalità scientifica (con la messa in luce dei suoi condizionamenti extrascientifici) che si sono succedute nel corso della storia della civiltà un cruciale ruolo epistemico, connesso al rigetto della tradizionale idea del progresso scientifico, sia nella forma positivistica dell’accumulo progressivo di certezze fattuali che in quella popperiana dell’approssimazione asintotica alla verità. Particolare attenzione al problema del ruolo epistemico della storia delle scienze è stata prestata da Lakatos nel suo sistematico confronto con le tesi di Popper e quelle di Kuhn. Dell’epistemologia popperiana Lakatos contesta l’incapacità di spiegare la sopravvivenza, ben. « Comprimi
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