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Discorso della messa in moto della ruota del dhamma

Materiale didattico per il corso di I Diritti umani nella globalizzazione del prof. Pier Cesare Bori. Trattasi di un testo a cura di S. Marchignoli, estratto dal volume "Per un percorco etico tra culture" di Bori - Marchignoli, riguardante la Dhammacakkappavattana - sutta, o "Il Discorso della messa in moto della ruota del dhamma", esposizione sintetica dell'insegnamento del Buddha.

  • Per l'esame di Diritti umani nella globalizzazione del Prof. P. Bori
  • Università: Bologna - Unibo
  • CdL: Corso di laurea magistrale in cooperazione, sviluppo e diritti umani (Facoltà di Giurisprudenza, Scienze Politiche e di Scienze statistiche)
  • SSD:
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Voto: 5 verificato da Skuola.net

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  • 01-11-2011
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Discorso della messa in moto della ruota del dhamma
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Anteprima Testo:
Il Discorso della messa in moto della ruota del dhamma (Dhammacakkappavattana-sutta) Il Discorso della messa in moto della ruota del dhamma* (Dhamma-cakka-ppavattana-sutta in lingua pâli, Dharma-cakra-pravarta±a-sûtra in sanscrito) è una delle più celebri esposizioni sintetiche dell'insegnamento del Buddha. Secondo la tradizione esso rappresenta il primo discorso da lui tenuto, dopo il risveglio o illuminazione (bodhi), di fronte a cinque asceti che gli erano stati compagni nel periodo dell'automortificazione e che divennero i suoi primi discepoli. Tale discorso, noto anche come «predica di Benares», ha dunque carattere fondante e paradigmatico, e per questo motivo è riportato variamente, ma con notevoli corrispondenze sia di contenuto sia di forma, in numerosi testi buddhisti provenienti da epoche e ambienti diversi (ad esempio, in sanscrito, esso compare nel Lalitavistara e nel Mahâvastu). Nello stesso canone in lingua pâli della «scuola» dei Theravâdin figura almeno tre volte. Sulla vita di Siddhârtha, figlio di Çuddhodana, della stirpe dei Çâkya, che verrà considerato lo «svegliato» o l'«illuminato» per eccellenza (tale è il significato del termine buddha), ci sono giunte numerose testimonianze scritte, generalmente di natura leggendaria. È opinione comunemente condivisa dagli studiosi che egli sia un personaggio storico, uno dei primi a noi noti dell'India antica. Si sono fatte molte ipotesi sulle date della sua vita, ma il problema rimane a tutt'oggi aperto: se infatti è più che plausibile che egli sia vissuto prima del III secolo a. C. (le iscrizioni di Açoka della metà del III secolo - vedi sotto - documentano la già avvenuta espansione del dhamma buddhista), molto più diffiili da comprovare appaiono le datazioni usuali che lo collocano tra il VI e il V secolo (sulla questione si possono vedere i corrosivi rilievi critici di P. Daffinà in Senso del tempo e senso della storia: computi cronologici e storicizzazione del tempo, in «Rivista degli studi orientali» LXI(1987)1-71). Il Buddha sarebbe vissuto circa ottanta anni, e intorno ai trentacinque avrebbe conseguito il «risveglio» (bodhi, abhisambodhi). Il canone dei Theravâdin ci restituisce un Buddha che rifiuta, con istruttivi e scandalosi
silenzi, di pronunciarsi sulle questioni «metafisiche», e che pone in evidenza l'impermanenza di tutte le cose (che non sono altro che «aggregati» destinati alla dissoluzione): in particolare - contro le dottrine dell'âtman e dello sva-dharma sviluppate in ambienti brahmanici - nell'uomo non ci sarebbe alcun elemento permanente, nessun «sé» (dottrina dell'an-atta) e ciascuno avrebbe il compito non già di conformarsi al dharma castale (viene anzi negata l'importanza delle caste), bensì di incamminarsi sulla «via intermedia» - in linea di principio aperta a tutti - che conduce alla condizione di arahant / sanscr. arhat («perfetto») e al nibbâna / sanscr. nirvâna (in prima approssimazione «spegnimento», «estinzione», ma si tratta di una nozione veramente complessa: in alcuni ambienti mahâyana si giunge ad affermare l'identità tra nirvâna e samsâra). Nel Discorso della messa in moto della ruota del dhamma il Buddha si presenta essenzialmente come un terapeuta che nelle quattro «nobili verità» (pâli ariya-saccâni / sanscr. ârya-satyâni) ha condensato la conoscenza acquisita nel risveglio. Seguendo il modello dell'esposizione medica, egli definisce innanzitutto la malattia (il dolore), poi ne individua la causa (la «sete»), quindi prospetta la cessazione di tale causa, e finalmente indica il mezzo per ottenere la guarigione (il «nobile sentiero in otto parti»). L'insegnamento del Buddha è dunque, in estrema sintesi, l'indicazione di una via intermedia di che ha per meta il superamento del dolore (cioè del raggiungimento del nirvâna / pâli nibbâna). Nelle otto parti (lett. «membra») del nobile sentiero «via della conoscenza» e indicazioni etiche si intrecciano saldamente tra loro: particolarmente interessanti sono i contenuti della «retta intenzione» e della «retta azione», in cui vediamo configurati in forma di precetti al negativo (in particolare non nuocere, non essere violenti, non uccidere) i comportamenti che sono alla base delle speculari e positive virtù buddhiste della «compassione» (karunâ) e della «benevolenza» (mettâ / sanscr. maitrî). Il brano (nella versione che compare nel Vinaya-Pitaka dei Theravâdin, Mahâvagga I, 6, 17-22) è tradotto dal pâli e curato da chi scrive. Per una prima informazione sul pensiero buddhista si possono vedere (oltre ai manuali di filosofia indiana citati nell'introduzione alla Bhagavadgîtâ) A. Bareau, Buddha. La vita, il pensiero, i testi esemplari, tr. it. Edizioni Accademia, Milano 1972; O. Botto, Buddha e il buddhismo, Esperienze, Fossano (Cn) 1974;
un "classico" è H. Oldenberg, Budda, ristampato nella «Tea Storica», Milano 1993. Sulla storia del buddhismo, all'interno e all'esterno dei confini dell'India, si vedano E. Conze, Breve storia del buddhismo, tr. it. B.U.R., Mila...
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