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La violenza negli stadi
Negli stadi italiani ma anche negli stadi di tutto il mondo si registrano spesso episodi di violenza sia tra le tifoserie sia tra gli stessi giocatori che, invece di dar esempio di fair play e di correttezza sportiva, ricorrono troppo spesso alla violenza. Oggi si piange il poliziotto ucciso – un figlio, un marito, un padre, un rappresentante dello Stato che ha perso la vita nell’esercizio del suo dovere per mano di un insignificante imbecille che, nascondendosi in mezzo alla folla inferocita di altrettanti balordi, ha voluto esternare la sua infelicità e il disprezzo per la vita. Gia in passato si è pianto su altre anime che hanno perso la vita durante uno spettacolo agonistico, ma quante prime pagine vengono dedicate ai 1300 morti ogni anno sui luoghi di lavoro?
L’attenzione prestata al gioco del calcio appare motivata, oltre che dall’alto fatturato economico che l’industria-calcio riesce a creare, dall’emergere di problemi d’ordine pubblico connessi allo svolgersi dei campionati nazionali e internazionali. Se da una parte la ''spettacolarizzazione'' dello sport nella società dei consumi sembra ormai aver definitivamente assimilato lo sport all’industria dello spettacolo, riducendolo a puro oggetto di consumo per le masse, dall’altra parte, gli organizzatori ed i dirigenti di società sportive, approfittando appunto dell’altissimo interesse e partecipazione delle masse, hanno posto in essere artifizi non sempre leciti che li hanno permesso di restare per anni ai vertici delle classifiche nazionali e internazionali, gestendo l’intero mercato del calcio come una vera e propria consorteria criminale soprannominata "calciopoli" che negli ultimi anni ha coinvolto le più alte cariche delle società calcistiche.
Le cause della violenza negli stadi sono di difficile attribuzione: appartengono a quella società in cui i giovani non sono altro che lo specchio della violenza quotidiana; dei calciatori che con falli e comportamenti scorretti nel campo di gioco inaspriscono gli animi dei tifosi; del calcio diventato un grande business, delle società sportive che concedono agevolazioni sui biglietti ai gruppi ultras; dei giornalisti che troppo spesso parlano di calcio come se fosse una guerra, una battaglia in cui l’imperativo è vincere per difendere il proprio onore; delle forze dell’ordine che militarizzando gli stadi hanno creato ulteriore tensione. Ma è anche vero che se analizziamo i decorsi incidenti verificatisi in occasione delle partite di calcio finite sulle pagine di cronaca anziché su quelle sportive, vediamo che i tafferugli e le aggressioni tra ultras si sono verificati, di solito, al di fuori degli stadi. Viene da pensare, quindi, che gli ideatori di tali disordini non siano interessati ad assistere alla partita di calcio ma hanno altri ideali e scopi. L’occasione della manifestazione sportiva sembra essere stata scelta solo perché considerata una favorevole opportunità per diffondere a mezzo slogan invettive razziste o xenofobe, comunicazioni che non hanno nulla a che fare con lo sport e per ultimo, ma forse è il fine principale, infierire contro le istituzioni dello Stato, sapendo che per questi ultimi è molto più difficile addivenire ad una loro identificazione, come accaduto qualche giorno fa allo stadio Massimino di Catania. Allora bisogna chiedersi: perché continua a dilagarsi il fenomeno che offende la società civile e lo sport?
In ogni ambiente sociale i gruppi sono stati da sempre individuati e classificati con un nome specifico attribuitogli solo per distinguerli dai luoghi in cui manifestavano o nel modo in cui si proponevano. Di fatto, la differenza fondamentale esisteva ed esiste ancora tutt’oggi ed è sicuramente da individuare nei motivi che inducono delle persone a formare un gruppo: sappiamo bene che gli hooligans provengono tutti dagli strati sociali più disagiati (in particolare dalla classe operaia bassa), mentre la caratteristica delle curve ultrà è l’interclassismo.
Secondo me, per inquadrare il vero problema, è importante evidenziare la complessità del fenomeno, i cui attori non hanno solo colpe o responsabilità. Nel gioco del calcio, infatti, dai calciatori all’arbitro, dai tifosi agli ultras, dai dirigenti ai giornalisti fino alle forze dell’ordine, sono tutti protagonisti sociali che, all’interno di una cornice simbolica - lo stadio -, interpretano i significati e le regole del proprio agire. Essi contribuiscono con la loro azione a definire una cornice che deve essere compresa nelle sue dinamiche più profonde. Infatti, pur essendo favorevole ai provvedimenti adottati dal Governo a seguito dell’omicidio dell’ispettore RACITI, spero che le istituzioni capiscano che non basta chiudere gli stadi per debellare la violenza, ma affrontino seriamente il problema in modo più ampio affinché possano essere scardinati i veri motivi che portano i giovani di oggi ad usare ed esprimersi molto spesso con atti di violenza che, a mio parere è segno di insoddisfazione, di malessere, che non dovrebbe appartenere alla società civile.

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