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Un traforo di speranza
Alfonso era partito per l’Ossola da un piccolo paesino di campagna immerso nella pianura padana e aveva lasciato la sua promessa sposa. Era spinto dalla speranza di guadagnare un pò di soldi lavorando alla realizzazione del traforo del Sempione e ritornare nel suo paesino romagnolo per sposare la sua amata. Era una sera fredda e nebbiosa quella in cui Alfonso partì. Nella sua mente vi era una sola immagine: Anita. Era passata solamente un’ora ma Alfonso ne sentiva già la mancanza. A Bologna salì sul treno diretto a Milano per poi proseguire verso Domodossola. Seduto vicino al finestrino guardava il paesaggio mutare, le montagne si avvicinavano sempre di più nella notte come dei giganti sempre più grandi. La voce del controllore annunciò l’arrivo a Milano. Alfonso era turbato mai si era allontanato così tanto da casa. Si sedette su una panchina ad aspettare il treno per Domodossola e estrasse dalla sua sacca di cuoio logoro e vecchio un pezzo di pane ormai secco e del formaggio. Ne mangiò poco, quanto ne bastava per alleviare i crampi allo stomaco dovuti alla fame. Doveva serbare un po’ di cibo per i giorni a venire poiché con sé non aveva altro che pochi soldi sufficienti a pagare la locanda per la notte.
Si udì un fischio, il treno per Domodossola era pronto a partire. Nella luce della sera Alfonso vedeva le montagne sempre più vicine. A lui, abituato agli ampi spazi della pianura, sembrava di essere schiacciato da quelle montagne. Finalmente verso le 10 di sera giunse a destinazione. Scese dal treno e avvertì un brivido di freddo attraversagli la schiena, la pungente aria di montagna sembrava lo avvolgesse. Quella sera non mangiò, era troppo turbato dal nuovo ambiente e dalla lontananza da casa. Si sdraiò sul letto e pensando alla sua dolce amata si addormentò.
La mattina seguente Alfonso fu svegliato dal vociare della gente per strada. Con mezzi di fortuna raggiunse Varzo, vicino al quale era già in realizzazione il traforo. Alfonso raggiunse l’entrata della futura galleria. Era chiuso tra le montagne e gli sembrava di soffocare. Si mise alla ricerca di un responsabile. Gli indicarono un omone grosso e autoritario che gli consegnò piccone e lanterna affinché si mettesse subito al lavoro. Durante tutta la giornata lavorava pensando a casa e alla sua amata. Con il passare delle settimane Alfonso cominciò ad ambientarsi e a conoscere alcuni minatori, erano tutti delle sue parti e si sentiva meno solo. Le montagne non lo turbavano più come prima, quei giganti non gli sembravano più inquietanti e oppressivi, ma cominciava a vederli come dei guardiani della valle. Ad ogni colpo di piccone che sferrava gli sembrava di sfidare la montagna, come se lui stesse per sabotarla. I mesi e gli anni passarono, e mancava poco all’ultimazione dell’opera. Alfonso aveva risparmiato i soldi per poter tornare a casa e sposare la sua amata. Un giorno ricevette una lettera da Anita e pieno di gioia la aprì. Cominciò a leggerla e la sua espressione mutò, nella lettera Anita gli annunciava le sue nozze con un altro uomo. Alfonso scoppiò in lacrime pensando al suo amore ormai perduto. Sconvolto dalla notizia si recò ad un osteria di Varzo dove disperato si ubriacò, cercando consolazione nell’alcool. A notte fonda uscì dall’osteria e dopo aver vagato senza meta giunse presso la galleria del Sempione e ubriaco si sdraiò sui binari del treno dove si addormentò.
Non si accorse del carrello che trasportava il materiale di scavo dalla galleria alla discarica. Udì solo le urla atterrite dei suoi compagni del primo turno del mattino ed i passi di molta gente che accorreva.
Nella nebbia dell’alba gli parve di vedere il volto di Anita.
Poi, chiuse gli occhi.

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