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Dignità umana

Svolgimento di una traccia che chiede di riflettere, a partire dai concetti di dignità e uguaglianza, sul significato del termine uomo

E io lo dico a Skuola.net
Chi ha diritto al nome di uomo?
Se crediamo nella dignità e nell'euguaglianza dobbiamo rispondere a questa domanda: un vecchio, un malato di mente, un barbone, un selvaggio, un tossicodipendente, un delinquente, un bambino appena nato, un nascituro, un malato in stato vegetativo è pienamente uomo?

Che voglia indicare gli esseri umani di sesso maschile o il genere umano stesso, a prima vista sembrerebbe facile dare la definizione di uomo; biologicamente il termine non presenta ambiguità, ma se lo carichiamo dei suoi connotati storici, culturali e religiosi allora diventa tutta un’altra storia! Da cristiano direi che ogni essere concepito ha una piena dignità umana, anche se non ha ancora, o non ha più, un'autonomia di giudizio.
Il nascituro, la persona in stato vegetativo non possono esprimere il proprio giudizio, ma non è la capacità logica a fare un uomo tale, altrimenti non sarebbero uomini malati di mente, i dipendenti da farmaci e droghe. La natura dell'uomo non risiede, a mio parere, nella capacità di essere attivo e autonomo, ma nell'esistenza stessa.
E' uomo, o almeno è stato investito passivamente di tale dignità, anche chi commette un omicidio o un reato. La sua punibilità deve quindi tenere conto, sempre e comunque, della sua appartenenza al genere umano e la comune radice di "uomini" ci dovrebbe rendere cauti nel comminare una pena capitale. Quale potere ha infatti un uomo per decidere della vita di un altro? Puniamo come omicida chi priva della vita un altro essere e poi ci poniamo, in nome di una legge umana, sullo stesso piano di chi condanniamo?
Anche il destino di un malato in stato vegetativo ci pone lo stesso dilemma. Con quale autorità decidiamo dell'irrecuperabilità di uno stato neurologico devastante? Non dovrebbe allora prendere il sopravvento la pietà, l'accudimento amorevole di un uomo che non ha più la possibilità di vivere autonomamente? Il caso di malati terminali e vegetativi pone e porrà sempre innumerevoli dubbi, perchè non siamo di fronte a un essere giudicato inferiore in quanto trasgressore delle regole della società, ma davanti a un uomo con il quale non è più possibile entrare in contatto, come se, in un corpo ancora vivo, fosse ormai spenta la scintilla dell'umanità. Non voglio condannare chi pensa di fare del bene decidendo per questi pazienti, dico solo che, ognuno, dovrebbe sapersi prendere le proprie responsabilità e sapere di dover forse convivere perennemente col dubbio di aver fatto o no la scelta giusta. Questo vale anche per le esecuzioni capitali, ma in quei casi pare più facile perchè, contro la persona condannata, cade il rimprovero della società per le regole non rispettate e il vecchio istinto dell'"Occhio per occhio" parrebbe giustificare una pari crudeltà nei suoi confronti. Preferisco pensare che nella punizione all'ergastolo ci sia già una condanna sufficiente, che priva un essere di godere dei propri diritti di cittadino, ma rispetta la sua dignità di essere umano, non creato da uomo e non distrutto da uomo.
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