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La mia scuola ideale

La scuola è da molto tempo al centro di accese discussioni, Si tratta di un'istituzione molto importante per la vita di uno stato e ogni ideologia vorrebbe plasmarla nel modo a lei più opportuno. In questo modo nonostante decenni di malessere e accese manifestazioni di dissenso la scuola media superiore non è poi cambiata molto nell'ultimo mezzo secolo a parte piccole riforme quali l'eliminazione degli esami di riparazione, qualche lieve cambiamento dei programmi e delle nuove sperimentazioni. Di proposte se ne sentono molte e di tutti i tipi: portare l'obbligatorietà ai 16 anni, riformare l'esame di maturità, inserire nuove materie e nuovi metodi didattici. tutto questo non mi rende però ottimista. Certo sarebbe un gran passo avanti non dover più affrontare la maturità come una sorta di giudizio universale dal risultato imprevedibile, ma credo che le innovazioni di cui l'istruzione abbia bisogno siano molto più radicali. Nelle elementari si è fatto, con i programmi del 1985, qualcosa che secondo me è fondamentale: rendere l'alunno motivato allo studio facendo partire questo dalle reali esigenze del soggetto, e si parla anche di esigenze fisiche. Alle scuole superiori vige l'idea che lo studio non debba essere reso appetibile solo perché a questa età il ragazzo dovrebbe trovarsi nel proprio istituto non per obbligo, ma per scelta. Questo è si giusto ma non sarebbe meglio invogliare anche coloro che altrimenti abbandonerebbero la scuola ad andare avanti. Ripensando alla scuola di Barbiana concordo con il dire che la nostra scuola superiore rappresenta un ostacolo quasi insormontabile per i ragazzi di estrazione sociale più svantaggiata, ma anche ai più fortunati rende la vita difficile. Quello che più trovo deleterio è che allo studente della mia età sia richiesto di rimanere sei ore seduto, a volte assorbendo, come per osmosi, i vari concetti della lezione, ignorando il desiderio di sgranchirsi le gambe, di poter parlare, a volte anche farsi una risata è proibito. Si viene a creare un'atmosfera tesa che trasforma nella testa degli studenti la scuola ad una prigione, dove il più bravo è chi riesce ad evitare le interrogazioni, chi va in marina o chi imbroglia l'insegnante, come se questi fosse una sorta di boia pagato dallo stato per adempiere al principio darwiniano della selezione naturale: far passare i migliori e far estinguere i meno dotati. Forse esagero, ma il problema di fondo esiste, basta contare i bocciati soprattutto nelle prime dove l'impatto con il mondo delle superiori è più forte. Io spero in una scuola nuova che metta al centro l'alunno con le sue esigenze e non i programmi ministeriali. Una scuola dove il canto, la drammatizzazione, la poesia, la stampa, la pittura non siano solo storia della musica, letteratura, storia dell'arte, ma nascessero dall'esigenza di comunicare in modo più profondo, di conoscere, di migliorarsi. E' veramente un'utopia? Forse basta che il docente smetta di pensare di dover completare il programma, di dover fare tre temi a trimestre, di mantenere in classe una ferrea disciplina. Quanti insegnanti si preoccupano di chiedere ai ragazzi i loro interessi, i loro hobby, le loro aspirazioni per poter meglio adattare a loro l'insegnamento? Quello che più mio da fastidio è quando arrivano nella classe come se fosse una classe qualunque in cui è sufficiente leggere il libro di testo pagina per pagina ed interrogare di tanto in tanto dimenticando la nostra diversità, la nostra storia, le nostre irripetibili caratteristiche. Come è possibile che un professore entri in classe con il libro di storia nell'ora di latino ed inoltre abbia la faccia tosta di chiederci di cosa a parlato l'ultima volta facendoci capire che le lezioni invece di prepararle le improvvisa? Da parte degli studenti abbiamo colpe ancora maggiori: ci lasciamo trascinare dal sistema rinunciando perfino di pensare a delle innovazioni. Lo scopo è quello di tirare avanti con la filosofia del massimo rendimento con il minimo sforzo. Siamo passivi, come se ci trovassimo davanti alla TV invece che davanti ad un uomo che tale rimane anche se è etichettato con l'appellativo di "Professore". Anche noi dimentichiamo le esigenze dell'insegnante e spesso diventiamo nei suoi confronti ipercritici. La vera scuola dovrebbe essere basata sulla stessa dignità dei ruoli di docente e discente. Sarebbe efficace una nuova disposizione dei banchi, circolare, l'eliminazione della cattedra e soprattutto del registro terribile arma che rende i due ruoli distanti. Il voto a cifre va più che bene, sostituendolo con lettere o giudizi non si va molto lontano, la vera innovazione sarebbe valutare l'impegno dei ragazzi e non il rendimento. Infatti mentre l'impegno implica sempre un aumento del profitto non è altrettanto vero che chi ha il voto più alto sia quello che più se lo è meritato. I temi di italiano sono un'opportunità in mano del ragazzo per far scoprire se stesso ma come si fa se il titolo è sempre "Cosa pena Tizio? Quale era l'idea di Caio?" a crearsi un proprio spirito critico? C'è poi chi crede giusto che la scuola debba essere impostata sugli stessi ideali del lavoro. Io non lo ritengo giusto. Nel lavoro si è dei pezzi di una catena di montaggio con il fine di creare un prodotto. A nessuno interessa che un operaio sia introverso o amante della poesia. Nella scola invece è fondamentale perché deve essere l'istituzione al servizio dello studente per creare in lui una cultura e non lo studente, come un impiegato, subordinato alla scuola chissà per quale motivo. Avrei ancora molto da dire su di una scuola alla quale non interessa che io ami esprimermi con la musica, perché la cultura italiana è basata sullo scritto o su di una scuola che si crede padrona di ignorare l'informatica, che farà la differenza tra vincenti e perdenti, perché altrimenti non si ha il tempo per approfondire la regola di scomposizione dei polinomi di Ruffini, che fuori da qui non userò mai. Non voglio però dire altro per non sembrare un disadattato che a scuola ci va perché obbligato. Io la scuola la amo perché mi permetterà di realizzare il sogno del mio avvenire, e anche perché è una continua fonte di allegria anche se a volte si passano sei ore con la mente che corre, nuota o scia mentre il corpo è seduto su di una scomoda sedia che nessuno si è occupato di vedere che sia della giusta grandezza, come se ogni ragazzo fosse nato dallo stesso stampo.

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