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Il tema relativo ai PACS, che l'Italia sta affrontando in quest'ultimo periodo, risulta assai delicato. Si tratta infatti di stabilire se riconoscere o no i pieni diritti anche alle coppie etero ed omosessuali. E' una decisione da prendere con molta cautela perché sono parecchi i punti di vista al riguardo e altrettanto numerose sono le “parti” che entrano in gioco. Sono assolutamente d'accordo sul fatto che tutti gli uomini sono uguali e, di conseguenza, detentori di pari diritti. Ovunque vi sia una società vi deve essere un “codice”, un insieme di regole di comportamento e di norme giuridiche che stabiliscano i nostri diritti ed i nostri doveri, validi (è ovvio) per tutti, indistintamente. Il problema nasce quando in una società si comincia ad effondere il profumo della “modernizzazione”, termine alquanto importante ma allo stesso tempo spaventoso. Chi non appare diffidente quando un “sistema” primordiale adottato da sempre comincia ad essere messo in discussione? O quando alcuni valori etici o morali vengono trascurati da eventuali nuovi contesti sociali? E' normale che ogni istituzione ed etnia, durante il corso del suo processo formativo, si evolva, si estenda, si modifichi, o semplicemente assuma tendenze o modi di pensare e di vivere di altre culture; si tratta dell'irrefrenabile ticchettio del processo evolutivo cui l'uomo è soggetto ed al quale nessuno può mettere un freno. Ma è giusto che tale crescita avvenga nel modo più coerente possibile, rispettando cioè quella serie di ideali e di valori indiscutibili su cui si basa la tradizione culturale di un popolo. Mi riferisco nel caso specifico all'eventuale e possibile riconoscimento legale delle coppie omosessuali conviventi che, per un credente, dovrebbe apparire, senz'ombra di dubbio, come qualcosa di inconcepibile. Per quanto sia legittimo tutelare i diritti di ogni essere umano, non credo sia giusto autenticare un tipo di rapporto che, nella sostanza, assumerebbe comunque l'aspetto di un “piccolo matrimonio” come ci ha suggerito il Cardinal Ruini. E' anche vero che la fede nella religione cattolica è un dono e non una conquista. Per questo rispetto in ogni caso l'opinione di coloro che, mossi da uno spirito piuttosto profano, sostengono la laicità dello Stato e di conseguenza del diritto, giudicando perciò secondo criteri e parametri lontani dalla morale religiosa. Ma è pur vero che la Costituzione riconosce il Cattolicesimo come religione di Stato. Per quanto concerne i “patti” per la convivenza tra eterosessuali, ritengo inopportuno alterare il concetto della famiglia basato sul matrimonio. Un eventuale riconoscimento legale delle coppie di fatto eterosessuali rappresenterebbe la definitiva legittimazione di un periodo in cui l'autenticità di alcuni valori, tra cui quelli familiari, si sta dissolvendo. Ritengo che se due persone di sesso opposto decidono di stare insieme è perché sono accese da quel forte sentimento di passione reciproca, da quella forza così mistica e meravigliosa che fa muovere l'universo: l'amore. Sarebbe meglio, dunque, tutelare prima di tutto la parte più semplice, istintiva e naturale di noi stessi, vale a dire le nostre emozioni, e solo in un secondo momento i nostri interessi. E poi, per un credente, il riconoscimento più nobile del proprio rapporto d'amore dovrebbe essere quello sancito dal sacramento del matrimonio. Spero, insomma, che si faccia riferimento alla morale cattolica. Ma visto che persino il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha espresso in questi ultimi giorni il suo sogno di un'Italia laica, credo proprio che, di qui a poco, si arriverà alla compilazione di tali PACS. In questo caso io non mi sbilancerei eccessivamente e riconoscerei i diritti delle sole coppie di fatto eterosessuali tenendo fuori, almeno per ora, quelle omosessuali.

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