Catabasi: Omero, Virgilio e Dante


Il tema della discesa negli inferi, del dialogo con i morti, da vivi, diventa nella letteratura un motivo topico: indicato con il termine catabasi, è rintracciabile per la prima volta nell'XI libro dell’Odissea di Omero, anche se Ulisse in realtà non entra nel sogno dei morti, ma rimane sulla soglia.
Passi significativi del libro sono le parti in cui prende la parola Elpenore: egli chiede a Ulisse di non lasciarlo senza compianto, insepolto abbandonandolo.
Si definisce un uomo infelice, ed esprime un atteggiamento di sottomissione, quasi come per dire che dopo la morte lui non è più nessuno, è insignificante. Infatti chiede ad Enea di ergere un tumulo con oggetti legati alla sua vita sulla terra al fine di venire ricordato e quindi di vivere ancora nella memoria dei posteri. Enea risponde a Elpenore che compirà tutto ciò che gli ha chiesto. Altro incontro importante è quello con la madre defunta: è qui che Ulisse assume in atteggiamento pietoso. Non appena la vede, egli scoppia in lacrime e prova pietà nell'animo. La madre è muta, ed Ulisse si chiede il perché. Dopo il dialogo con Tiresia e la sua uscita dalla casa di Ade, la madre defunta riconobbe il foglio e piangendo gli chiese con aria preoccupata cosa ci facesse in quel luogo da vivo. Usa parole e raccomandazioni proprio di una madre, e viene in seguito rassicurata dalle parole di Ulisse e dal volere del destino, a cui anche lei si è sottratta arrivando agli inferi. L’atteggiamento di Ulisse vero i defunti è quindi di pietà. Questo comportamento può essere ricollegato a quello di Enea nel VII libro dell’Eneide virgiliana: anche nel dialogo con il defunto padre Anchise, i personaggi scoppiano in lacrime e l’atteggiamento è sempre inondato di pietà. Dalle loro parole è possibile scorgere la loro profonda tristezza: il guardarsi in volto, la mesta immagine, il non riuscire ad abbracciarsi. Tutto mentre un largo pianto rigava il viso ad entrambi.
Questo senso di pietà nella Catabasi è riscontrabile anche nel V Canto dell’Inferno dantesco: Paolo e Francesca non sono delle anime qualunque, Dante ne è subito colpito, poiché gli sembrano muoversi più leggere delle altre, destando immediatamente la sua curiosità. Parte il racconto di Francesca sulla loro triste storia d’amore, e Dante non può che provare pietà per questi, anche se sono peccatori: sta qui infatti la grandiosità del suo comportamento. Sono anime peccatrici, sono poste nell'Inferno, ma Dante sembra comunque commosso, e il suo dialogo con i morti qui gli provoca addirittura una perdita dei sensi: “e caddi come corpo morto cade”.
Aspetto che accomuna i morti della Divina Commedia con quelli dell’Odissea, è quello della memoria: in entrambi i casi abbiamo il desiderio di venire ricordati, sia dai propri cari che dai posteri. E’ come se identificassero l’uomo sceso negli inferi da vivo come un messaggero, un intermediario tra i due mondi e diventa quindi lecito chiedere di farsi ricordare tra i viventi.
La concezione che emerge da questi dialoghi è quindi soprattutto quella di una pietà provata dai vivi per i morti, e di un senso di tristezza irrisolvibile nel quale i rispettivi protagonisti vengono inondati, smuovendo i loro sentimenti in modo non trascurabile.
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