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La società odierna e i giovani che si fanno strada in essa sono drogati di popolarità. La popolarità però non è un elemento ricercato solo negli ultimi decenni, ma è un bisogno intrinseco degli esseri umani, quasi fosse un bisogno fisiologico. La fama porta ha un senso di appagamento verso se stessi. Se una persona è idolatrata da molti, si sentirà amata, ricca di capacità e potere. L’essere umano ha da sempre bisogno di gonfiare la propria autostima, e qual è il modo migliore se non ricevere pillole di complimenti da centinaia di “amici”? Il successo quindi si raggiunge apparendo. (Vittorino Andreolli, L’educazione (im)possibile. Orientarsi in una società senza padri, Rizzoli, Milano 2014) L’eziologia della malattia da social network si annida proprio in queste semplici dinamiche. I sintomi sono molteplici e colpisce ogni età, sesso e gruppo sociale di appartenenza. L’avvento del selfie ha ingigantito l’ego del web. Il selfie è nato come una modalità veloce, di fissare i ricordi nel tempo un po’ come prima si faceva con la carta lucida. I ricordi immoilizzati non devono per forza essere ricchi di significato perché, del resto, essi assumo valenza nel momento in cui vengono condivisi sulla propria bacheca di Facebook o Instagram (dall’intervista a Micaela Zuliani, autrice di Manuale di fotografia e Photoshop per ragazzi). Il selfie appena condiviso porta autoaffermazione in una società in cui essere omologati è tutto e necessario, ma la tempo stesso è vergognoso risultare uguali agli altri. Apparire porta inevitabilmente al giudizio della società. Il desiderio di apparire e la popolarità è come il bisogno di omologazione, qualcosa che segretamente tutti desiderano ma che pubblicamente tutti detestano. Infatti la ricerca matta e disperatissima dei likes è bollata come un comportamento infantile e imbarazzante, da evitare assolutamente poiché chi ha bisogno di likes è una persona poco profonda secondo la società. Sui social network di fatti si diventa popolari non per grandi meriti ma perché si possiede un punto di vista comune (o esattamente l’opposto), un carattere carismatico o si è particolarmente di bell’aspetto. Gran parte di questo mondo gira sull’essere belli, infatti dilagano la presenza di photoshop e filtri per migliorare i propri selfies. Essere piacenti e assomigliare alle celebrità è diventato talmente uno scopo comune nel ventunesimo secolo che paesi come la Gran Bretagna, l’Arizona e la Francia hanno obbligato le aziende pubblicitarie o coloro che si occupano delle foto sulle riviste ha segnalare l’uso di photoshop sulle immagini. Queste organizzazioni infatti vendono una tipologia di uomo, donna e famiglia discordante con la realtà che aumenta i giudizi all’interno della società e il desiderio di apparire come le celebrità in copertina (Eva Perasso, Arizona, no al fotoritocco nelle pubblicità, Corriere. It, 21 febbraio 2012). La mania di condividere le selfies porta a un abuso di esse. Infatti per molti sono diventate delle priorità, che fanno passare in secondo piano l’effettivo godersi il momento. Un tragicomico esempio è quello di alcuni medici campani che hanno scattato un selfie in sala operatoria nel mezzo di una operazione (ANSA.it, 2/12/2015). I ragazzi però sono consapevoli del fatto che non bisogna abusarne, nonostante la maggior parte delle volte non se ne rendano conto di starlo facendo: un po’ come tutte le cose che la società etichetta da adolescenti.

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