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Musica e letteratura sin dagli albori dell’epoca classica si sono congiunte in un unico “anello” divenendo così, uno dei temi d’antonomasia nell’ambito letterario. Alessandro Cabianca in Poesia e musica dall’antichità ai nostri giorni scrive: “Se per noi, oggi, la poesia si identifica con la parola scritta, in antico si identificava con un particolare modo di intonazione del racconto, che differiva dal semplice parlare per il ritmo, per le pause e, soprattutto, per l’accompagnamento di strumenti musicali […]”, basti pensare alla ‘mousiké’ greca, poesia cantata, accompagnata solitamente dalla lira. La musica sarà utilizzata come elemento d’arredo anche nel periodo gotico con la letteratura epico-cavalleresca, infatti, alcuni testi presentano un’annotazione musicale come nel manoscritto 2542 del O. Nationalbibliothek di Vienna, la diffusione orale avviene per opera dei cantori che si esibiscono nelle corti e sulle piazze accompagnandosi su uno strumento. Nel corso degl’anni il tema musicale si andrà a sviluppare anche nel poema allegorico il cui massimo esponente sarà il Padre della lingua italiana, Dante Alighieri, che oltre a parlare nel “Convivium” e nel “De vulgari eloquentia” si diletterà in suoni e canti nella Divina Commedia. La musica nell’opera non si presenta solamente come azione narrativa ma anche come metafora, che diventano immagini assai vivide come quella del liutista che accompagna il cantore, per descrivere le fiammelle congiunte di Traiano e Rifeo: “E come a buon cantor buon citarista/ fa seguitar lo guizzo de la corda,/ in che più di piacer lo canto acquista,/ sì, mentre ch’è parlò, sì mi ricorda/ ch’io vidi le due luci benedette,/ pur come batter d’occhi si concorda,/ con le parole mover le fiammette”; a tal proposito si afferma che Dante conosceva la musica come una delle arti liberali e la poneva tra le scienze matematiche del Quadrivio.

Tra il Cinquecento e il Seicento nell’ambito letterario gli scrittori iniziano a creare un nuovo genere letterario, il melodramma, genere che poteva auspicare alle questioni sociali di quel periodo. Il melodramma diverrà punto cardine per il Romanticismo, periodo in cui tutto ruota intorno la musica persino la poesia. Secondo i poeti romantici la musica era l’unico elemento che poteva attingere la verità suprema e immediata, a tal proposito Hoffmann proclamava che “la musica è la più romantica di tutte le arti, anzi si potrebbe quasi dire che è la sola arte perfettamente romantica”, inoltre Wagner affermava che “La musica, intesa come donna, deve necessariamente essere fecondata dal poeta, inteso come uomo”. Le tesi del compositore tedesco saranno le argomentazioni precipue degli scrittori del Novecento.
Nel Novecento con la corrente del decadentismo si assiste a un ribaltamento delle strutture poetiche classiche, infatti, gli scrittori in contrapposizione alla società orma ex nova, che si basava sul materialismo crea una poesia libera, leggera e carica di significato e simbologie. Tra i maggiori esponenti si ha Gabriele D’Annunzio, nel componimento la Pioggia nel pineto si può notare oltre allo stile libero che il poeta adotta il non uso della rima, infatti, non si presenta uno schema fisso. Alcuni versi si presentano con toni cupi o chiari come: <<e varia nell’aria/ secondo le fronde/ più rade men rade>>.
Nel ventesimo secolo nel mondo musicale si ha una nuova rinascita che andrà a sviluppare una nuova forma di musicista, il cantautore, in Italia apre la porta Domenico Modugno, vincitore del premio Tenco, con “Nel blu, dipinto di blu”, il critico Mila scriveva che la forza espressiva delle canzoni sta in “una invenzione melodica che confluiscono tumultuosamente ogni sorta di detriti popolari del bacino mediterraneo”. Il cantautore inizia a creare una frattura nel melodramma per andargli in contrapposizione con le tematiche delle esperienze reali e personali, oltre a Modugno ci sarà Celentano, altro innovatore della musica.
Mentre in Occidente iniziava ad arrivare la musica d’oltreoceano, Gino Paoli, portò nella canzone italiana un mix di rock, musica nera e melodia italiana, senza mettere mai in secondo piano il testo. Intanto nei testi musicali s’inizia a parlare delle lunghe barbarie condotte nel ‘900 si ha testimonianza con Francesco De Gregori, ove il testo si riempie di metafore e di forme di difficile comprensione, la sua musica è una poesia di parole significative e significanti, come Papaveri Rossi:<<Dormi sepolto in un campo di grano/ non è la rosa, non è il tulipano/ che ti fan veglia dall'ombra dei fossi/ ma sono mille papaveri rossi>>. A tal proposito Paolo Conte definisce De Gregori come “un autentico pioniere della critica e della saggistica nel mondo cantautorale”.
Nel secolo odierno il rapporto tra musica e letteratura si è intensificato sempre di più, i temi precipui sono la piaga sociale del secolo che si spazia nei diversi ambiti, basti ricordare il disagio esistenziale della gioventù metropolitana che H. W. Henze mette in musica nel 1952 in Boulevard solitude. La protesta generazionale degli anni Sessanta si esprime nella cultura giovanile anglosassone con le canzoni di cantautori folk statunitensi come Bob Dylan.
Quest’anno l’Accademia di Svezia ha deciso di assegnare il Premio Nobel per la letteratura non ha uno scrittore, bensì a un cantautore ovvero all’americano Bob Dylan. Sulla vincita del Premio Nobel per la letteratura dell’anno sono nate diverse critiche, alcuni giornalisti nelle testate giornalistiche scrivono che dopo aver dato il premio a un guitto, ovvero a Dario Fo, ora si assegna a un menestrello e quindi ormai il Premio e come se stesse perdendo valore poiché a veri scrittori contemporanei come Philip Roth invece non viene assegnato, Laura Miller critica l’assegnazione del premio dicendo: “quest’anno [il premio] da una prospettiva particolare: dare il Nobel a Bob Dylan, è un atto fondamentalmente anti-letterario, nella stessa misura in cui è anti-letteraria la posizione di Philip Roth che merita il Nobel”.
Secondo alcuni critici porre i testi di Bob Dylan vicino a quelli di Berryman, di Frost, di Ungaretti o di Szymborska è una barbaria, poiché questi ultimi perdono di valore simbolico, altri sostengono che i testi di Dylan insieme ai Premi Nobel per la letteratura “arrossiscano”.
P. Boulez scriveva: “Per un musicista, il fascino della poesia è così forte che egli non può fare a meno, giunto a un certo punto del proprio sviluppo, di un testo attorno a cui la sua musica andrà a cristallizzarsi”.

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